Il Sars-CoV2 non è un virus democratico: sta penalizzando fasce diffuse di popolazione (come i lavoratori autonomi o le piccole imprese) e settori centrali per l’economia italiana come il turismo, la ristorazione e il commercio.
Viceversa ne sta favorendo altri che, seppure marginali in termini di Pil, hanno avuto una spinta considerevole che sarebbe stata impossibile senza il virus (big pharma, logistica, commercio elettronico e in genere tutte le imprese che guadagnano sull’on line).
Il problema non è solo italiano ma internazionale. Ne consegue uno sforzo maggiore da parte dei governi per sostenere chi è rimasto indietro e attenuare l’impatto sul debito pubblico.
Nasce da qui la proposta di una patrimoniale avanzata dalla Uil sulla base di uno studio preparato in collaborazione con Eures (l’associazione no profit promossa nel 1993 dalla commissione europea per promuovere le ricerche in campo economico e sociale). La proposta della Uil viene incontro ad una esigenza avvertita a livello globale.
Secondo il Fondo monetario internazionale, nel 2020 c’è stato un incremento di 95 milioni di persone in estrema povertà rispetto alle stime fatte prima dello scoppio della pandemia. Il rapporto del Fondo Monetario esprime «la necessità per i governi di aumentare il gettito fiscale per finanziare ulteriori spese sociali».
Come? La ricetta dell’Fmi è quella di tassare i più ricchi. «La crescente concentrazione della ricchezza – scrive il report – ha stimolato nuove richieste di tassazione dei patrimoni, una operazione nella quale bisognerebbe, tuttavia, valutare attentamente i compromessi. Un’imposta stabile dell’1% sulla ricchezza dell’1% più ricco della popolazione potrebbe ridurre la disuguaglianza di ricchezza e aumentare le entrate dallo 0,4% allo 0,6% del Pil».
L’amministrazione Biden ha raccolto il suggerimento. Insieme al nuovo piano di aiuti da 2000 miliardi di dollari da aggiungere ai 1.900 approvati a gennaio, la segretaria al Tesoro Janet Yellen (ex presidente della Federal Reserve) ha annunciato l’aumento delle imposta sulle imprese. Un’ipotesi è portarla al 28% dall’attuale 21%, dopo che Trump l’aveva tagliata dal precedente 35%. Il Regno Unito dal 2023 aumenterà la corporate tax sugli utili superiori a 250 mila sterline dal 19 al 25%.
La Uil, insieme con Eures, propone qualcosa del genere anche in Italia, considerando che secondo i dati Istat relativi al periodo giugno-novembre 2020, mentre il 70% delle imprese ha registrato un calo tendenziale del fatturato (l’86,2% durante il primo lockdown), e 2 su 10 non hanno evidenziato significativi scostamenti, il restante 10% ha presentato una dinamica di crescita (il 6% superiore al 10% e il 3,8% di dimensioni inferiori), spesso dovuta alla particolare collocazione all’interno di segmenti di mercato come farmaceutico e della logistica.
Meglio tra le imprese di grandi dimensioni: la quota di quelle con un fatturato in crescita si è attestata al 9,6% nel periodo marzo-maggio 2020, per raggiungere al 16,9% nel semestre successivo, annota ancora il rapporto Eures.
Da qui, la proposta: introdurre una maggiorazione d’imposta sui “super profitti” realizzati dalle imprese nell’anno del Covid, attraverso un prelievo fiscale straordinario su una quota dei profitti in eccesso.
«La storia – spiega la ricerca di Uil ed Eures – ci offre alcuni insegnamenti. Durante la Prima guerra mondiale sia Regno Unito che Stati Uniti introdussero una tassa simile sul profitto in eccesso di tutte quelle aziende che si erano arricchite a dismisura durante la guerra. Qualcosa di simile accadde anche nella Seconda guerra mondiale» con la benedizione di John Maynard Keynes, il più noto economista del secolo scorso.
La tassazione degli extraprofitti d’impresa è stata recentemente oggetto di studio da parte di Oxfam Italia, secondo cui le 32 grandi corporation internazionali (tra le quali figura AMAZON, Microsoft, IBM ma anche importanti colossi farmaceutici quali Pfizer e Johnson&Johnson, già beneficiarie peraltro di ingenti investimenti pubblici per lo sviluppo dei vaccini) destineranno l’88% degli extraprofitti realizzati nel 2020 agli azionisti (si tratta, complessivamente di quasi 110 miliardi di dollari), a scapito della crescita dell’occupazione e delle retribuzioni dei dipendenti.
«Sia chiaro, però», mette le mani in avanti il segretario generale della Uil, Pierpaolo Bombardieri, «non è assolutamente nostra intenzione proporre, in questa fase di crisi, un incremento della tassazione sulle imprese, tutt’altro. Noi pensiamo, semplicemente che un provvedimento del genere debba riguardare solo chi ha tratto ampio profitto dalla pandemia e, contestualmente, debba porsi l’obiettivo di favorire chi, invece, ne è rimasto travolto».








