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Continua il percorso legislativo che porta alla separazione delle carriere dei magistrati | L’analisi di Stefano Folli

Prosegue tra qualche ostacolo e ovvie polemiche – scrive Stefano Folli su Repubblica – il sentiero parlamentare della legge costituzionale sulla separazione delle carriere dei magistrati.

Pubblici ministeri e giudici dovranno percorrere due strade diverse e non saranno più intercambiabili.

Gli ostacoli dipendono più che altro dalla scarsa presenza in aula dei parlamentari di maggioranza, da cui deriva talvolta la mancanza del numero legale.

Di qui l’accelerazione delle procedure annunciata dal presidente del Senato.

Verrebbe da dire che una delle principali riforme del centrodestra, tale da poter definire da sola quasi il senso e il bilancio della legislatura, meriterebbe una partecipazione più convinta e un iter più rispettoso delle prerogative del Parlamento.

E questa è responsabilità della destra di governo.

Quanto all’opposizione, mantiene il suo “no”.

Il partito di Conte ha voluto ancora una volta mostrarsi più radicale del Pd e non potrebbe essere altrimenti, giunti a questo punto.

Tuttavia non tutti usano lo stesso metro.

C’è chi è rimasto fermo all’invettiva: la legge è pessima in quanto esprime lo stesso spirito di sopraffazione che fu di Licio Gelli e della sua loggia P2 o di Berlusconi, non a caso affiliato allo stesso ramo degenerato della massoneria.

Poi ci sono altri argomenti, più ragionevoli.

Il gruppo di Renzi e ancor più quello di Calenda, non sono ostili alla riforma in via pregiudiziale.

Magari sono dubbiosi verso alcuni aspetti del testo, ma non lo considerano alla stregua dell’apocalisse, semmai vedono i difetti dell’iniziativa legislativa per come è stata concepita e strutturata.

Soprattutto giudicano inaccettabile che il dibattito sia stato strozzato, come sostiene Italia Viva.

La riforma si avvia a essere approvata – ma siamo ancora a metà strada – probabilmente senza alcuna correzione parlamentare.

Un precedente poco opportuno che di sicuro non testimonia della vitalità del Parlamento.

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