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Il Colosseo chiuso assiste oggi al combattimento di due gladiatori: il virus invisibile e la specie umana

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Vespasiano fu uno degli imperatori più amati dal popolo. Uomo giusto ed onesto, molto legato alla famiglia, era molto attento e severo nei costumi sociali. Aveva una venerazione per la nonna paterna e beveva da un piccolo bicchiere d’argento che aveva di ella serbato. Ma ciò solo durante le feste. Gli attribuiscono un’avidità di denaro, che influì anche sull’attenzione alle finanze pubbliche dell’impero. E ad esse impresse un impulso nella costruzione di opere pubbliche.

Ma ciò che incuriosisce storici e non, è onde provenisse l’idea di costruire la più famosa opera al mondo: il Colosseo.

Esso era inserito in un programma di propaganda, perché edificato nel luogo su cui sorgeva lo stagno artificiale fatto costruire da Nerone. Quindi pensato in virtù di una “restituzione” al popolo degli spazi che il nefasto imperatore si era accaparrato. Ma la funzione politica era volta al controllo delle masse ed era implicitamente un “messaggio” di dominio sulle popolazioni sottomesse all’impero. Molti storici vi hanno visto anche la risposta di Roma alle piramidi dell’Egitto.

La costruzione iniziò nel 69 a.C e terminò dieci anni dopo.

Alto quarantotto metri, è tutt’ora uno dei più grandi anfiteatri al mondo. Poteva contenere dalle 50.000 alle 80.000 persone e forma un’elisse di 527 metri di perimetro.

Cosa si faceva nel Colosseo?

Era il luogo che ospitava forme di spettacolo, che mal si coniugano con la sensibilità dell’uomo della nostra epoca.

Quindi si svolgevano lotte tra animali, gli acrobati saltavano sopra le belve con la perizia di non farsi azzannare, fieri guerrieri si scontravano in armi con belve feroci. Poi vi era l’esecuzione di tutti coloro che si erano macchiati dei reati più spregevoli, lasciandoli in balia di animali esiziali.

Ma i grandi protagonisti erano i gladiatori. Questi erano dei lottatori professionisti o schiavi o galeotti, i quali si dimenavano in cruente lotte, che se concedeva agio allo spettacolo, davano fianco anche alla morte.

L’origine di tali combattimenti era probabilmente etrusca, ma prese piede nell’antica Roma e la consacrazione avvenne proprio ai tempi di Vespasiano e nel Colosseo.

Durante gli spettacoli in tale anfiteatro, a cui venne dato il con il nome di Flavio, vi erano anche delle scenografie, che si ergevano al centro dell’arena, issate da uomini di fatica che le muovevano dal basso.

Il nome Colosseo nacque nell’alto medioevo, quando iniziavano ad apparire tra gli arbusti, le vestigia di un passato dimenticato. E questo colosso, prese appellativo dalla sua dimensione.

In questi giorni in cui la pandemia ha inferto una ferita profonda all’arte e alla cultura, la chiusura del Colosseo è un emblema. Quale? Il luogo principe del combattimento, chiude perché è in atto un combattimento  universale. Dove i gladiatori sono due: un virus invisibile e la specie umana, che ha colonizzato il pianeta. E questo anfiteatro, che ogni anno ha ospitato sei milioni e mezzo di spettatori, è ora inesorabilmente vuoto. Relegato alla solitudine in cui piombò dopo la caduta dell’impero romano. Testimone stentoreo della sorte in cui versa il patrimonio artistico.

Cosa si più fare? È questo un dibattito ampio, a dieci mesi dal primo lockdown. E molte proposte sono ubicate nel think tank magazine dell’Osservatorio Riparte l’Italia. Lo sforzo ha grande significanza, in quanto il nostro paese ha le vestigia più importanti e numerose al mondo, quindi paga il prezzo più alto di tale situazione. L’unico conforto è che nulla può scalfirne la loro integrità.

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