Gabriele Segre sulla Stampa fa una riflessione sul ruolo della politica nell’epoca contemporanea: “La politica ha smesso di essere il principale motore della storia. Si muove dentro un mondo che cambia a una velocità incompatibile con i suoi ritmi, rincorrendo trasformazioni che non sono più crisi temporanee o semplici novità, ma vere rivoluzioni permanenti. Un affanno costante in cui, non potendo più incidere sul corso degli eventi, prova almeno a restare pertinente. Così, invece di guidare il cambiamento, finisce per limitarsi a testimoniare lo stato d’animo collettivo che esso genera. Anche perché sa bene che è su questo che, oggi, viene giudicata”.
Un discorso che, spiega l’editorialista, vale per l’America e l’Europa (Italia compresa).
“La verità – aggiunge – è che molti, dentro e fuori le istituzioni, condividono la consapevolezza che la politica occidentale, nelle condizioni attuali, non possa fare molto di più, proprio perché lo scarto tra la velocità dei cambiamenti globali e il funzionamento del sistema democratico liberale è troppo grande. I processi demografici, tecnologici, ambientali, geopolitici avanzano con una forza tale che, per incidere davvero su di essi, servirebbero forme di cooperazione e di coordinamento che oggi sono semplicemente irrealistiche in un contesto dominato dalla competizione.”
“Così, anche i governi dei Paesi più grandi e più solidi hanno margini di iniziativa limitati, e lo spazio reale di azione si restringe di conseguenza.
Di fronte a questo scenario, la domanda è se esista ancora una possibilità perché la politica recuperi un ruolo reale e, se sì, che cosa serva per tornare a esercitarlo pienamente.
Su questo, le risposte si dividono. Da un lato c’è chi abbraccia un realismo disincantato: dà una lettura spesso corretta di ciò che accade, ma non è in grado di intravedere margini di iniziativa, finendo per accettare una leadership pubblica ridotta a pura testimonianza.
“Dall’altro – conclude – c’è chi continua a considerare la politica come l’unica forza legittimata a cambiare il mondo, senza però riuscire a tradurre questa ambizione in proposte concrete e praticabili. Il fatto che visioni così distanti convergano sulla stessa conclusione — un margine d’impatto ormai ridottissimo — alimenta l’idea che la politica abbia abdicato al proprio ruolo, rinunciando a incidere sulla realtà”.








