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Cari giovani non rinunciate al merito e all’eccellenza | L’analisi di Luigi Balestra

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L’intervento della rappresentante degli studenti Emma Ruzzon in occasione dell’inaugurazione dell’anno accademico dell’Università di Padova, nell’evocare una pluralità di temi, alcuni dei quali concernenti la formazione e il diritto allo studio, altri di stampo prettamente politico, sta provocando un acceso dibattito.

Prescindendo un attimo dai contenuti, si è trattato di un discorso da salutare con grande favore, poiché è stato in grado di risuscitare quel sano sentimento di indignazione di cui da tempo si sono smarrite le tracce; e questo – va sottolineato – non solo da parte delle giovani generazioni.

L’indignazione al cospetto di tutto quel che non va, allorquando un siffatto sentimento sia supportato da valide argomentazioni e non già frutto di quel diffuso qualunquismo che aleggia imperante a plurimi livelli, oltre che rappresentare una sana modalità di partecipazione al progresso e alla crescita della società, può costituire una straordinaria opportunità di riflessione e di ponderazione per tutti coloro i quali hanno la responsabilità di assumere decisioni.

«Il mio augurio a tutti voi, a ciascuno di voi, è che abbiate motivo per indignarvi. È fondamentale. Quando qualcosa ci indigna come a me ha indignato il nazismo, allora diveniamo militanti, forti e impegnati.

Abbracciamo un’evoluzione storica e il grande corso della storia continua grazie a ciascuno di noi. Ed è un corso orientato verso una maggiore giustizia, una maggiore libertà, ma non la libertà incontrollata della volpe nel pollaio. Questi diritti, promulgati nella Dichiarazione del 1948, sono universali. Se incontrate qualcuno che non ne beneficia abbiatene pietà, aiutatelo a conquistarli» (Hessel, Indignatevi!, traduzione di Balmelli, 6a ed., add editore, 2011, p. 10).

Le vicende del suicidio di alcuni studenti e, più in generale, quelle concernenti il malessere che pervade la comunità giovanile – incipit del j’accuse di Emma Ruzzon – sono dolorose e meritano profondo rispetto.  Devono indurre inoltre a interrogarsi sulle azioni da mettere in campo affinché il benessere degli individui – e, segnatamente, della comunità studentesca – possa meglio e più efficientemente essere perseguito.

Ancora una volta la questione ruota attorno a uno snodo cruciale: rendere effettivo un diritto fondamentale, pur solennemente enunciato, quale è il diritto allo studio; concretizzarlo alla stregua del basilare principio di uguaglianza sostanziale.

Ecco perché il tema degli alloggi e, più in generale, del sostegno economico a vantaggio di coloro i quali risultino maggiormente bisognosi appare – e non da oggi – ineludibile affinché ogni studente sia messo in una condizione di pari opportunità nell’accesso alla formazione universitaria.

Parimenti censurabili sono le aspettative che, a cominciare dalle famiglie, vengono riversate sui ragazzi, ai quali, attraverso condizionamenti di vario genere, viene di fatto sovente preclusa una reale possibilità di autodeterminarsi rispetto alle scelte del futuro.

Né può essere messa seriamente in discussione la possibilità di perfezionare gli studi secondo tempi e inclinazioni naturali che rispecchino la personalità di ognuno; e ciò senza essere vittima di fagocitanti pressioni che minino la serenità del percorso.

Deve essere però chiaro che non è pretendibile un supporto economico – fatto di borse di studio, di strutture residenziali universitarie – illimitato nel tempo; diversamente, esso finirebbe per risolversi in un costo inaccettabile per l’intera collettività.

Quel che invece non condivido è la critica portata al sistema meritocratico e all’eccellenza. Una critica peraltro avanzata in modo contraddittorio se si tiene conto del passaggio in cui Emma Ruzzon cita le difficoltà legate al sostentamento e alla stabilizzazione dei dottorandi.

La categoria dei dottorandi viene, per l’appunto, selezionata in base al merito e rappresenta l’eccellenza di quel che il panorama universitario può offrire con riguardo ai giovani studiosi da avviare verso percorsi di ricerca.  Se non fosse così, del resto, l’attività – certamente nobile – di cui si alimenta la ricerca scientifica si rivelerebbe del tutto inidonea allo scopo.

È innegabile che le giovani generazioni stiano vivendo una fase di transizione in cui ansie e inquietudini si impongono con una dirompenza sconosciuta nel passato. È giusto che si invochi un supporto, anche di natura psicologica, da parte di strutture professionali di cui le Istituzioni pubbliche sono chiamate a farsi carico.

È altrettanto corretto che si pretenda dai docenti universitari l’instaurazione di rapporti «umani» con gli studenti, improntati a un fondamentale rispetto reciproco. Anche se, va detto, l’elevato numero degli studenti, in relazione a quello dei docenti, rende in talune Facoltà – in cui ci si ritrova con corsi in cui vi sono più di duecento frequentanti – non poco problematico un approccio personalizzato.

Quel che però deve essere chiaro è che nessuno, nemmeno gli studenti, possono abdicare rispetto a quel senso di responsabilità che deve rappresentare un tassello fondamentale dell’agire in una comunità organizzata. La rinuncia a un sano senso del dovere non costituisce di certo la strada maestra per risolvere le complesse fragilità di cui il mondo giovanile è pervaso; anzi, una rinuncia siffatta, in quanto foriera di pericolosi sensi di vuoto, rischierebbe di acuirle irrimediabilmente.

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