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[L’intervento esclusivo] Silvio Brusaferro (Presidente ISS): «Green pass potenzialmente utile per il tracciamento. Ecco perché»

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Silvio Brusaferro, presidente dell’Istituto Superiore di Sanità, ha rilasciato alcune dichiarazioni in esclusiva all’Osservatorio Economico e Sociale Riparte l’Italia, in occasione del webinar online, dal titolo “L’Italia dei vaccini”. L’evento, moderato dal giornalista Luca Telese ha visto tra gli ospiti anche Fabrizio Curcio, capo del Dipartimento della Protezione Civile.

La coincidenza vuole che questo dibattito, che fa parte di un ciclo di incontri che si vogliono porre il tema di come affrontare le emergenze italiane, avviene in una giornata condizionata da alluvioni e fiamme. Questa situazione così drammatica è forse l’immagine, un simbolo di quello che l’Italia deve affrontare ogni anno. Questo incontro è dedicato all’emergenza sanitaria, alla campagna vaccinale. Siamo alla vigilia di una quarta ondata: la teme questa ondata oppure è il modo in cui la affrontiamo che può cambiare il modo in cui subiremo gli effetti del contagio quando a ottobre il virus ricomincerà a circolare?

«Credo che il tema della quarta ondata dipenda anche molto da noi. Il virus lo stiamo imparando a conoscere. Come tutti i virus, e in particolare questo tipo di virus, continua a mutare continuamente. Quella che dobbiamo affrontare è quindi una sfida continua. Il virus circola e si trasmette con modalità che ormai conosciamo. Sappiamo quali sono le misure che possono rallentarne la circolazione. L’innovazione che oggi abbiamo è la vaccinazione. In questo tipo di pandemia la vaccinazione sta cambiando in qualche modo la modalità di diffusione del virus. Forse è uno dei primi esempi storici di uno sforzo globale dell’uomo che modella una pandemia utilizzando uno strumento del vaccino per piegarla».

«Il virus continuerà a circolare o tenterà di circolare. La capacità di rallentarne la circolazione o di controllarne la diffusione dipenderà da due fattori importanti: il primo dipende dalla nostra capacità e volontà di vaccinarci, partendo da quelle fasce di popolazione che quando contraggono l’infezione hanno maggiore rischi di sviluppare una malattia, essere ricoverati e purtroppo anche di morire. Il secondo fattore è la nostra capacità – laddove siamo in una situazione in cui ci sono ancora milioni di italiani non vaccinati – di mantenere quell’attenzione, quelle precauzione e consapevolezza che alcune misure come l’uso della mascherina e il distanziamento possono aiutarci in maniera decisiva a rallentarne la circolazione».

«Oggi guardiamo all’Italia che fortunatamente ha i vaccini e li sta mettendo in campo, sta facendo una campagna, come i Paesi europei, unica nella Storia, in tempi rapidissimi, di vaccinazione di copertura di decine di milioni di cittadini. Ma non dimentichiamo che basta attraversare il Mediterraneo per trovarci di fronte a Paesi dove questi vaccini oggi non sono disponibili e dove ci sono milioni di persone dove il virus continua a circolare. Dove purtroppo, in quelle condizioni, circolando produce i suoi effetti».

«Siamo in una situazione globale, dove il nostro Paese è uno di quelli fortunati e organizzati per poter rispondere. Credo che dobbiamo mettere in campo tutti gli sforzi per poter rispondere. Se faremo così la quarta ondata potremo modellarla».

Il dato più impressionante di oggi è un’indagine a campione da cui risulta un dato che forse può smentire meglio di qualsiasi altra cosa le idee dei no vax: il 90% delle persone che cadono oggi vittime del virus sono coloro che non hanno la seconda dose (o la prima). Questo ci dice come la campagna vaccinale cambia la vita delle persone.

«Noi abbiamo dati a livello di letteratura internazionale e ieri è uscito un lavoro proprio a cura dell’Istituto dove si analizzano le vittime della pandemia da febbraio a oggi – da quando abbiamo cominciato a vaccinare le categorie a rischio – ebbene, il 99% delle persone che cade vittima di questo virus sono persone che non hanno ricevuto il ciclo vaccinale completo. Questo è il dato più impressionante».

«Altri dati, che usciranno nei prossimi giorni, confermano l’efficacia protettiva delle vaccinazioni. La vaccinazione a ciclo completo riduce in maniera spettacolare anche il rischio di essere ricoverati in terapia intensiva oltre che al rischio di morte. Parliamo del 95-97% di efficacia, il che vuol dire ridurre del 95-97% la probabilità che se contrai il virus finirai in terapia intensiva».

«Ci sono altri elementi che vorrei focalizzare. Anche la vulgata, per cui anche prendendo l’infezione non succede niente, è un dato che oggi scientificamente non possiamo confermare. Perché sappiamo che c’è questo fenomeno, che stiamo studiando, che si chiama long-covid, ovvero la persistenza di sintomi e riduzione della funzionalità di alcuni organi, come l’apparto urinario o nervoso, che mantengono per settimane e settimane la sintomatologia o riducono questa funzionalità. Lo stiamo studiando, ma parliamo di percentuali che vanno dal 2 al 13% della popolazione che è stata affetta dall’infezione. È un modo per dire che se possiamo evitare di contrarre l’infezione, si deve evitare. Perché è un fattore che stiamo ancora studiando e conoscendo».

Un tema interessante è che una delle conseguenze del green pass è che noi avremo una straordinaria mappatura degli individui e della malattia, anche dello stato delle vaccinazioni. Il green pass ci dà varie informazioni, tra cui un’ubicazione spazio temporale di dove quell’individuo si trova. Avendo perso nel primo anno la battaglia del tracciamento e del monitoraggio, ora non crede che abbiamo una risorsa molto più potente dell’app che non ha attecchito in Italia e che potrebbe in linea teorica fornirci tutte queste informazioni? Dal punta di vista medico, potrebbe essere una risorsa in più nella battaglia contro la quarta ondata?

«La domanda è molto complessa, perché noi abbiamo degli strumenti che stanno arricchendo il nostro bagaglio, la nostra “cassetta degli attrezzi”. Ci sono due elementi importanti che rappresentano una grande vittoria per il nostro Paese. Da oltre un anno e mezzo stiamo raccogliendo sistematicamente dati quotidiani tra Regioni, Istituto e Ministero della Salute. Questo non è mai avvenuto con questa tempestività e costanza quotidiana. Questo avviene grazie a tutti coloro che lavorano tracciando, caricando il dato, in questo ambito».

«Dovrà essere qualcosa su cui riflettere e mantenere. La seconda cosa importante che abbiamo è un tempo reale sul monitoraggio delle vaccinazioni. Abbiamo quotidianamente un aggiornamento di questi database che possiamo anche incrociare. E qui arriviamo al passaggio successivo: l’incrocio di questi dati deve avvenire all’interno di norme che oggi regolamentano l’accessibilità del dato e anche la cosiddetta privacy».

«Il tema del tracciamento è sicuramente importante, il tracciamento assieme alla capacità di quarantenare coloro che sono stati esposti o sono a rischio, è il primo pilastro nel controllo di un’epidemia o anche nella sua mitigazione. Salvaguardare questo in fase iniziale ma anche nello sviluppo successivo è lo strumento principe, insieme al vaccino, rispetto al quale possiamo essere ottimisti per la gestione e il controllo della circolazione del virus».

«Gli strumenti elettronici certamente ci possono aiutare. Questo è un elemento importante abbiamo visto che in altri Paesi un uso estensivo di questi strumenti ha facilitato questo tipo di operazione, soprattutto quando il numero di casi quotidiano continua a crescere, e quindi i servizi fanno fatica a rintracciare tutti. Avere un sistema elettronico che ti aiuta è di grande aiuto e di grande allerta per le stesse persone e per ciascuno di noi».

Potremo attivare questo strumento, visto che gli altri non hanno funzionato in precedenza? Lo strumento elettronico ci può aiutare? Abbatterebbe qualche tramezzo di privacy che ci separa dalla possibilità di sapere in tempo reale chi si contagia e chi rischia il contagio e come?

«Credo che garantendo una serie di tutele per ogni cittadino, questo possa essere uno sforzo che possiamo fare. La interpreto come una potenzialità che dobbiamo esplorare. È un percorso che dobbiamo cercare di esplorare, cercando di far convivere quello che è un nostro diritto con la gestione della pandemia».

«Il Green Certificate oggi, ossia quello che mostriamo con la nostra app dà pochissime informazioni: il nostro nome, cognome e data di nascita, poi c’è il QRcode. Ulteriori informazioni sono accessibili solo a chi può accedervi, a noi stessi e a pochissimi altri».

Quando si fa il tracciamento tradizionale lo stesso si arriva al confine della privacy. Quando si chiede con chi sei a cena si arriva alla stessa soluzione, sia pure con una dichiarazione volontaria. Qui potremmo ricavarlo elettronicamente quel dato.

«La dichiarazione volontaria è la parola corretta, perché implica un atto di fiducia tra i due che dialogano e implica il riportare tutte le informazioni. Quando si lavora con un sistema elettronico c’è un vantaggio, ti aiuta a ricordare, ci può segnalare anche persone che non ci si ricorda di aver avuto vicino. Ti permette di allertarti. Questa è una sfida importante, che riguarda l’Italia ma anche l’Unione europea e altri Paesi occidentali, e che dobbiamo sviluppare».

«La protezione civile sta facendo degli studi bellissimi per acquisire informazioni, per esempio anche video, quando ci sono catastrofi, per poter arrivare sul campo già documentati. Questi sono elementi che dobbiamo esplorare e studiare. Oggi non sono immediati, dobbiamo costruirli».

L’Inghilterra si dice che sia davanti a noi e registra un doppio fenomeno: un crollo dei contagi, a fronte di una doppia terapia fatta da vaccinazione durissima senza se e senza ma e allo stesso tempo la liberazione da alcuni vincoli del distanziamento sociale. Quello che sappiamo e abbiamo imparato anche con questa indagine dell’ISS ci può portare ad abbattere, per i vaccinati con doppia dose, i tempi della quarantena, in caso di sospetto contagio, secondo lei in futuro? Scendere sotto i 7 giorni?

«Il problema in questo momento è che il dato scientifico ci dice che le persone vaccinate con doppia dose, dopo una settimana dall’ultima, quando il ciclo si può considerare completo e con il livello di copertura massimo, non necessariamente copre completamente dal rischio di contrarre il virus. Le nostre stime – aggiornate settimanalmente – viaggiano su un 85% di copertura, con variazioni tra fasce di età. È tantissimo: parliamo di 4/5, ma lascia un margine di 1/5 di persone che possono contrarre infezione. Qualora la contraggano probabilmente rimane o asintomatica o quasi, però nel momento in cui la contraggono sappiamo che possono trasmetterla».

«Per noi il problema è individuare queste persone e monitorarle, per fare in modo che non lo contraggano. L’arco di tempo in cui le persone contraggono il virus è di tre o quattro giorni. Il meccanismo della quarantena, in questo momento con questo tipo di modello, non siamo in grado di alterarlo. Però, quello che possiamo fare è cominciare a capire meglio qual è la carica virale che potrebbero avere queste persone una volta vaccinate. Ma questo è ancora a livello di studio e quindi oggi se dobbiamo dare un riscontro di tipo scientifico, questo tipo di scelta è prematura».

Qualcuno dice che in Gran Bretagna si sta arrivando all’immunità di gregge. Questo è un modello a cui si può tendere anche qui? Se dopo quest’ondata di polemiche sul Green pass, l’effetto fosse qualche altro milione di italiani che si vaccina, il CTS e l’ISS pensano che sia possibile tecnicamente avvicinarci all’immunità di gregge?

«A livello internazionale il concetto di immunità di gregge o immunità di comunità, in qualche modo è un qualcosa che dobbiamo ancora valutare. Quello che noi possiamo certamente ottenere, vogliamo ottenere e lo otterremo tanto più quanto riusciremo a vaccinare, è quello di rallentare o di controllare la circolazione del virus. L’immunità di gregge con un virus che ha queste caratteristiche di mutazione continua, ma soprattutto con un contesto internazionale dove il virus continua a circolare, perché non viviamo in un’isola senza contatti, in realtà questo tipo di immunità è un qualcosa che possiamo definire un’immunità che ridurrà significativamente la circolazione del virus».

«Con questo virus probabilmente noi dovremmo convivere sapendo di poterlo controllare con le vaccinazioni, facendo in modo che essendo vaccinata la più larga parte della popolazione, qualora si introduca un soggetto che può diffondere il virus, incontri poche persone alle quali lo può trasmettere. L’obiettivo è controllarne la circolazione e soprattutto fare in modo che produca i minori danni possibili in termini di ospedalizzazione, di patologia, di sofferenza e ovviamente di decessi».

«La realtà inglese ha una sua specificità. Loro hanno scelto di vaccinare tutti con la prima dose, con un approccio di sanità pubblica che è un po’ diverso dal nostro, perché non hanno scelto quale vaccino utilizzare. Quando hanno visto la circolazione di questa variante Delta che ha cominciato a far aumentare significativamente i nuovi casi, hanno accelerato la seconda dose, che invece avevano dilazionato. Questo ovviamente ha comportato, da una parte, che avendo vaccinato solo con una dose hanno avuto più casi, dall’altra che hanno cercato di forzare la chiusura di questo gap di copertura. Per questo ora vediamo che la loro curva comincia a decrescere anche in termini di nuovi casi».

«Il futuro è controllare la circolazione del virus. Conviveremo verosimilmente con questo virus. E potremmo farlo riducendo al massimo gli effetti che questo virus può continuare a dare se non ci proteggiamo adeguatamente».

Lei cosa risponde a chi teme il complotto in questa situazione?

«Ho l’onore di rappresentare un’istituzione che lavora dal 1934, che ha accompagnato l’Italia dal debellare la malaria a sintetizzare per prima la penicillina, al rapporto di Seveso e a tutti i passaggi che sono avvenuti nei grandi disastri e nelle grandi sfide sanitarie del nostro Paese».

«Oggi l’Istituto Superiore di Sanità continua a essere presente. Il Presidente quando parla Sente la responsabilità che quello che dice orienta o indica comportamenti a tutti gli italiani, spesso anche fuori dall’Italia. Questa è una responsabilità importante. E quando diciamo qualcosa, lo facciamo avendo le evidenze migliori al momento disponibili. Questa responsabilità la sentiamo moltissimo».

«Per me, che sono un medico e un ricercatore, è una responsabilità etica e morale. Esercito la mia attività per proteggere la salute della comunità e dentro la comunità ci sono i singoli individui. Quindi siamo molto attenti sulle misure che noi raccomandiamo, creando evidenze e presupposti perché poi chi è chiamato a decidere possa decidere con la maggiore libertà e conoscenza dei fenomeni possibili, sapendo che siamo di fronte a dei fenomeni che scopriamo giorno dopo giorno, e questo non è un elemento che dobbiamo trascurare. Abbiamo vissuto e stiamo vivendo una realtà che giorno dopo giorno si arricchisce di nuove conoscenze scientifiche, grazie a queste possiamo oggi pensare a un autunno dove potremmo controllare la circolazione».

«Questo è un evento storico. Con questo presupposto, ho capito e sto imparando, che il tema del complottismo sia comune a tutte le catastrofi. In questo caso non c’è nessun complotto. In questo caso c’è una comunità di scienziati internazionali, forze dell’ordine, cittadini, protezione civile, giornalisti, che stanno facendo tutti gli sforzi per fare in modo che le nostre comunità possano uscire da questa pandemia nel migliore dei modi possibili. Lo facciamo con metodo scientifico.»

«Noi oggi possiamo contrastare la pandemia con efficacia nel nostro Paese grazie al metodo scientifico. È ciò che ci consente oggi questa qualità della vita, ci consente di essere il secondo Paese al mondo per durata media della sopravvivenza. Questi sono elementi importantissimi, dovuti al metodo scientifico. Tutte le azioni che stiamo facendo e le evidenze che stiamo producendo sono prodotte con questo metodo».

«Questa è la via maestra, che ci può guidare anche ad affrontare questa sfida e le altre sfide. Il metodo scientifico non prevede il complottismo. Prevede conoscenze che possiamo condividere a livello internazionale, anche in un confronto che può diventare aspro tra scienziati, a volte anche pubblico. È a valle di questo confronto che una conoscenza viene consolidata e quindi poi adottata».

«Questo è il metodo che ci ha fatto crescere, che oggi caratterizza anche il benessere della nostra società. Io credo in questo metodo scientifico. L’Istituto, gli scienziati, i ricercatori e tutti i colleghi credono in questo metodo. Su questo ci metto la faccia. Questo è il metodo che perseguiamo nel miglior modo possibile e con tutte le nostre forze».

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