Il dato incontrovertibile delle elezioni nelle Marche e in Valle d’Aosta, commenta sul Messaggero Paolo Pombeni, è che la partecipazione elettorale ormai flette verso la metà degli aventi diritto: in maniera secca nelle Marche dove vota il 50%, ma tendenzialmente anche in Valle d’Aosta dove, nonostante la spinta alla partecipazione dell’autonomismo e la realtà sociale più compatta, ci si ferma al 58,5% (-6,6 rispetto alla tornata precedente).
Evidentemente circa un elettore su due ritiene che questo o quello per me pari sono, il che, in un contesto dove i problemi sono molti, significa che si pensa che questi dipendano da un contesto strutturale che non può essere veramente mutato da nessuno.
Qui si apre la prima questione: serve davvero la radicalizzazione dello scontro, ormai impiantato su un certo bipolarismo, per far tornare alle urne chi si è allontanato?
Seconda questione: se il sistema politico si orienta ormai verso un bipolarismo stabile, sarebbe necessario che i partiti che guidano i due campi tornassero a considerare che in situazioni di questo tipo si deve puntare a rendere possibile la famosa alternanza al governo, ovviamente non necessariamente come un continuo cambio ad ogni elezione.
Ciò si ottiene non con la radicalizzazione delle divergenze, ma con la costruzione di un confronto dialettico e costruttivo che garantisca la tenuta complessiva del sistema, chiunque si succeda al governo.
Non al buonismo si ispira una riflessione del genere, ma alla constatazione che un Paese per crescere e progredire ha bisogno di un certo quadro di stabilità, non di una zuffa continua.
Quel che è successo nelle Marche e anche, con tutte le particolarità del caso, in Valle d’Aosta dimostra una stabilizzazione della proposta di un centrodestra di governo, senza che ciò prefiguri una catastrofe a sinistra, specie se tornerà ad essere un centrosinistra.








