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Autonomia differenziata: tra opportunità e pericoli per l’Unità del paese | Gli interventi di Giuseppe Coco e di Floriana Cerniglia

Mercoledì scorso l’Università del Molise ha ospitato un Convegno sull’autonomia differenziata nella sede di Campobasso, nell’ambito della Giornata Nazionale dell’Università Svelata. Le sintesi delle relazioni dei docenti ospiti Floriana Cerniglia dell’Università Cattolica di Milano e Direttore del CRANEC, e Giuseppe Coco dell’Università di Bari e membro del nostro Comitato Scientifico, hanno trovato posto in due diverse testate (rispettivamente il Sole24 ore e Corriere del Mezzogiorno) del giorno dopo.

Entrambe concordano sulla prevalenza dei rischi e sulla necessità di approfondire la discussione sugli effetti sul paese intero, ma mettendo in luce aspetti diversi. Riportiamo gli articoli di sotto convinti a nostra volta dell’importanza di ampliare il dibattito su una riforma che potrebbe cambiare il paese.

Le regioni e il rischio di giocare allo scaricabarile | L’intervento di Floriana Cernigli, Direttrice Cranec, Università Cattolica del Sacro Cuore, Milano

Dopo l’approvazione al Senato, alla fine di gennaio è iniziato il vaglio presso la Camera dei Deputati del disegno di legge recante “Disposizioni per l’attuazione dell’autonomia differenziata delle regioni a statuto ordinario ai sensi dell’articolo 116, terzo comma della Costituzione”. Rispetto alla versione licenziata dal Governo nel marzo 2023, gli emendamenti approvati al Senato introducono alcune novità. Tra queste: il trasferimento di funzioni e materie alle regioni subordinatamente alla determinazione con decreti legislativi dei livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali (Lep) che in questi mesi sono stato ricostruiti dalla commissione Clep, presieduta dal Prof. Cassese, solo sulla base della normativa vigente. Un lavoro corposo, centinaia di pagine, che fotografa lo status quo del nostro paese per quanto concerne i diritti civili e sociali.

La seconda novità è che non si attribuisce alcun extra-gettito alle regioni (come inizialmente previsto) dato che annualmente ciascuna Commissione paritetica dovrà riallineare l’andamento dei fabbisogni di spesa regionale con l’andamento del gettito dei tributi erariali compartecipati dalla regione medesima per il finanziamento delle funzioni trasferite. Non ci saranno risorse aggiuntive nel caso in cui le risorse da compartecipazione al gettito crescessero in misura maggiore rispetto ad un fabbisogno di spesa per le funzioni devolute.

Ma è tutto oro quello che luccica? Il meccanismo di finanziamento del d.d.l Calderoli assegnerà le risorse che finanziano le materie e/o funzioni Lep sulla base di un’aliquota di compartecipazione al gettito che deve coprire un fabbisogno di spesa su ciascuna funzione. Questo fabbisogno sarà calcolato dalla Commissione tecnica per i fabbisogni standard (Ctfs che dovrà stimarlo su ciascuna materia e/o funzione LEP. Ma, a causa dell’invarianza di bilancio (previsto dal D.d.l Calderoli) e della “Lep-fotografia” della Commissione Clep, la Ctfs non potrà fare altro che replicare una spesa storica. Se non ci sono risorse aggiuntive, i Lep sono solo fumo negli occhi e serviranno semplicemente a giustificare il calcolo di un fabbisogno da parte di una Commissione tecnica che farà le nozze con i fichi secchi rimescolando un po’ la spesa storica tra le regioni.

Molto probabilmente, e per imbellettare politicamente meglio il tutto, qualche conseguenza redistributiva nel calcolo dei fabbisogni – a risorse date – potrebbe anche esserci. Non è azzardato pensare che le regioni che chiedono l’autonomia saranno financo disposte a cedere un po’ di risorse alle altre regioni che non chiedono pur di portarsi a casa pezzi di politiche pubbliche importanti sulle quali (cosa ben più rilevante) potranno esercitare poteri, decisioni, cambiare modello organizzativo e di cui i cittadini avranno poca contezza. Dopotutto a chi gestisce la cosa pubblica – e deve raccogliere consenso elettorale – importa non solo il quantum di spese da allocare, ma decidere su come e a chi distribuire quel quantum, poco o grande che sia.

Quello che veramente vogliono le regioni che chiedono l’autonomia è gestire pezzi di Stato senza addurre alcuna motivazione fondata su pezzi di carta e non sull’aneddotica di una maggiore efficienza regionale. L’ha fatto capire molto bene l’ex governatore Formigoni in un’intervista sul Sussidiario.net il 18 gennaio scorso, ricostruendo la saga dell’autonomia di questi anni a partire proprio dai suoi governi. Una riforma quindi che accentua l’autonomia su funzioni e spesa, ma nessuna responsabilità finanziaria. I governatori “non ci mettono la faccia”, anche se è stato sempre questo il mantra del federalismo fiscale. 

Il mondo ideale per la politica regionale che si assicura un trasferimento certo, poco o tanto che sia, dal governo centrale imbellettato con un’aliquota di compartecipazione, decisa da una commissione paritetica, una per ogni regione che chiede l’autonomia, e non già da un organo istituzionale unico per tutte le regioni che avranno l’autonomia differenziata. Se poi, nei prossimi anni, il governo dovesse essere obbligato a ridurre le risorse, rivedendo i fabbisogni e dunque riducendo l’aliquota di compartecipazione, le regioni potranno sempre dare la colpa allo Stato che non finanzia i Lep. Il governo centrale potrà dare la colpa all’Europa e ai suoi vincoli di finanza pubblica. Se l’autonomia sarà così congegnata, ci troveremo di fronte a uno scaricabarile perfetto.

A rimetterci saranno tutti i cittadini del Nord e del Sud, che a fronte di minori risorse e minori servizi, ancora una volta, non sapranno di chi è la colpa.

Come combattere l’autonomia differenziata | L’intervento di Giuseppe Coco, Università di Bari

La proposta di Legge sulla autonomia differenziata è approdata alla Camera ed è partito il braccio di ferro tra Lega e Fratelli d’Italia sui tempi della sua approvazione. La Lega ovviamente vorrebbe approvarla prima delle europee. Anche alla Camera stiamo vedendo una successione di audizioni di esperti, in maggioranza assoluta contrarie alla norma con diverse motivazioni, ma soprattutto incentrate sul tema delle distribuzioni territoriali di risorse, con la solita presunzione di ‘furto’ al sud.

Come hanno chiarito vari articoli dei massimi esperti in tema di finanza locale però la nuova versione della Legge non pone tanto il problema di uno sfruttamento dell’autonomia ai fini dell’aumento di risorse per le regioni richiedenti, per quanto le modalità di determinazione annuale del trasferimento (una finta compartecipazione) con commissione bilaterale. Non si tratta quindi della conclamata ‘secessione dei ricchi’ anche perché di ricchi non ce sono più, le regioni più ricche d’Italia, che 30 anni fa erano le più avanzate d’Europa, oggi sono nella media della UE per PIL e produttività.

Floriana Cerniglia dell’Università Cattolica di Milano sul Sole 24ore ha addirittura ipotizzato che le regioni richiedenti potrebbero anche accettare tagli di trasferimento, pur di ottenere le risorse e competenze da gestire in casa. Quello che conta per le classi dirigenti regionali è gestirle con discrezionalità e con i propri obiettivi. Con il vantaggio (per loro) addizionale del federalismo all’italiana, quello dell’irresponsabilità reciproca tra Stato e Regioni.

Lo Stato trasferisce alle Regioni risorse sempre decrescenti su capitoli di spesa per servizi, perché in sede di Legge di Bilancio non ha senso politico spendere risorse discrezionali su capitoli gestiti da governatori, magari dell’opposto versante politico. Le Regioni possono sempre imputare l’insufficienza dei servizi all’insufficienza dei trasferimenti, e di volta in volta allo ‘scippo’ delle regioni ricche o delle regioni povere, alimentando l’egoismo territoriale in tutto il paese.

In questa dinamica lentamente il paese dei bonus fiscali e degli scivoli pensionistici scivola nel terzo mondo nella fornitura dei servizi che lo reggono, sanità e anche istruzione. L’autonomia, il falso federalismo all’italiana, non può che peggiorare questa dinamica ed è per questo (o meglio, questo è uno dei motivi) che è importante informare i cittadini di tutto il paese di quanto rischiamo a perseguire questa strada. L’autonomia non può che diminuire ancora i servizi (anche per la necessità di finanziare strutture amministrative addizionali con le stesse risorse) per i cittadini del nord.

C’è poi la questione delle competenze per le quali il decentramento è totalmente irrazionale, come i rapporti con l’Unione Europea o le grandi reti infrastrutturali, per le quali c’è solo da augurarsi che il recupero di un barlume di razionalità induca il Presidente del Consiglio a rifiutare il trasferimento di competenze, come richiesto dalla Legge.

La questione che si deve ora affrontare è come opporsi. Non ho la presunzione di essere in grado di impostare una strategia politica adeguata, ma so cosa potrebbe essere disastroso. La folla radunata a Bari alla manifestazione contro l’autonomia due mesi fa ha scandito la parola d’ordine magica: contro la secessione dei ricchi, ’referendum’! Immaginiamo ora di arrivare al referendum con una campagna imperniata sulle opposte retoriche della secessione dei ricchi da un lato e del chiagni e fotti dall’altra. La spaccatura del paese sarebbe insanabile, travolgerebbe le forze moderate ed unitarie da una parte e dall’altra e alimenterebbe l’astio territoriale. A guadagnarci sarebbero gli estremisti di ogni parte (alcune frange del leghismo del sud e del nord).

Si tratta in particolare di una occasione ghiotta per chi prepara un partito a base territoriale nel Mezzogiorno. Chiunque vinca, con un paese territorialmente spaccato a metà, a perdere sarebbe l’Italia e chi ancora crede a un paese unitario. Per questo sarebbe bene che il dibattito, soprattutto al nord ma non solo, fosse impostato sugli svantaggi generali dell’autonomia piuttosto che sulle questioni territoriali e che le forze unitarie si facciano carico di questa impostazione per il loro ed il nostro bene.

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