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Armani e la nascita del “made in Italy: una storia da ricordare, un esempio da seguire | L’analisi di Giuseppe Roma

La grande ondata mediatica ed emotiva suscitata dalla morte di Giorgio Armani, in Italia e all’estero, rende omaggio, certo, alla persona ma va anche posta in relazione al ruolo svolto nel modernizzare l’economia italiana.

I cinquant’anni di vita del gruppo Armani, nato nel 1975, rappresentano simbolicamente il periodo in cui, nella storia del nostro Paese, è iniziato a emergere e poi si è affermato il modello di industrializzazione diffusa, dal basso, dei territori, componente oggi fondamentale per i nostri primati nel manifatturiero.

Sono gli anni in cui iniziano la loro avventura imprenditoriale i Del Vecchio, i Barilla, i Ferrero e, appunto, Armani e i tanti altri protagonisti dell’industria del lusso e della moda. Giorgio Armani, poi, per storia personale incarna, ai più alti livelli, il profilo di tanti italiani che hanno avuto successo nelle proprie attività e professioni. Era nato a Piacenza, una città su quella via Emilia, fra Milano e Bologna, divenuta ormai l’asse portante dell’economia italiana.

Ma deve la sua affermazione al trasferimento a Milano, che contribuirà, con altri stilisti, a far divenire uno dei poli mondiali del fashion system. Crea un gruppo industriale con una particolare vocazione commerciale e una spasmodica attenzione a costruire e tenere viva l’immagine del brand. Oggi il gruppo Armani fattura 2,3 miliardi di euro, investe fra 200 e 300 milioni all’anno e possiede 2.700 negozi in tutto il mondo.

Quanto alla comunicazione, Armani aveva un talento naturale per utilizzare i mezzi più raffinati e penetranti: dalla scelta dei grandi fotografi per le campagne pubblicitarie, allo stretto rapporto col mondo del cinema. Nelle cronache di questi giorni impressionano le testimonianze dei tanti volti noti cui “re Giorgio” ha fatto pervenire in dono smoking, abiti o vestiti.

Infine, il successo delle sue produzioni dipende certo dall’imprinting geniale che Armani ha dato al suo stile basato sulla semplicità, la morbidezza delle forme e i tenui toni di colore. Ma non è secondario il modello organizzativo adottato, e cioè quello tipico dell’impresa a rete, basato sulla qualità e il rapporto con i fornitori.

Negli oltre 450 necrologi apparsi sul Corriere della Sera, le presenze più interessanti non erano quelle dei tanti illustri personaggi a lui legati da amicizia, ma delle numerose piccole o medie aziende di tessuti o di subforniture riconoscibili anche dai territori di provenienza. Non solo Empoli, Prato o Biella ma anche Brusimpiano, Chieri, Capiago Intimiano, Cernusco Lombardone, San Giovanni in Marignano, Fossoli, etc.

Questo grande gruppo è cresciuto e si è affermato come azienda familiare con innesti di manager, ma salda conduzione del fondatore, con l’obiettivo di sviluppare l’azienda, più che per l’arricchimento personale. Un esempio da seguire.

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