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Anche in passato c’era la rivolta dei trattori, ma ora sotto accusa è la politica dell’Europa | L’analisi di Luca Ricolfi

La protesta degli agricoltori che infuria in Europa non è del tutto nuova, ricorda sul Messaggero Luca Ricolfi.

Almeno superficialmente, si potrebbero indicare due precedenti: il movimento dei “forconi”, che tra alterne vicende serpeggiò in Italia fra il 2011 e il 2013, e il movimento dei gilet gialli, che paralizzò la Francia dalla fine del 2018 ai primi mesi del 2019.

Anche allora uno dei temi centrali della protesta era il prezzo dei carburanti; anche allora un ruolo centrale venne svolto da agricoltori e autotrasportatori; anche allora le simpatie verso quei movimenti venivano più da destra che da sinistra.

Queste analogie, tuttavia, non devono trarci in inganno.

Il movimento di oggi è molto diverso da quelli di allora.

La prima differenza che balza agli occhi è il carattere transnazionale della protesta odierna, partita da Olanda e Belgio ma rapidamente propagatasi ai principali paesi europei, fra cui Francia, Italia, Polonia, Spagna, Romania.

La seconda differenza è che ora, al centro delle contestazioni, ci sono le politiche europee in materia di ambiente (il cosiddetto green deal), con le loro ripercussioni sulla Pac, la politica agricola comune: più restrizioni, maggiori costi, minori sussidi.

Soprattutto: concorrenza sleale dei paesi da cui importiamo prodotti alimentari (un tema già sollevato, ben venti anni fa, da Giulio Tremonti nel suo libro Rischi fatali).

La terza differenza è che, mentre in passato l’approssimarsi delle elezioni europee aveva finito per spegnere le proteste (nel 2014 quella dei forconi, nel 2019 quella dei gilet gialli), oggi sembra accadere l’esatto contrario: il movimento dei trattori si espande e si rafforza man mano che ci avviciniamo alla data delle europee.

La ragione è semplice: oggi il cuore della protesta non sono le scelte specifiche dei governi nazionali, ma è l’orientamento complessivo della politica europea non solo in materia agricola, ma – più in generale – in tutte le materie sulle quali le scelte pro-ambiente della Commissione Europea mettono a repentaglio redditi, posti di lavoro, aziende, valore degli immobili.

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