La seria ripartenza del Paese presume che la questione ambientale sia affrontata finalmente con chiarezza e con un progetto preciso non solo alla luce dei cambiamenti climatici posti all’attenzione mondiale dall’azione di Greta Thunberg, ma anche e soprattutto in considerazioni degli effetti della pandemia del coronavirus.
Le visioni da superare
In primo luogo vanno rigettate le considerazioni dei cosiddetti ecologisti deep che hanno esaltato il rinsavimento del mondo naturale con la pandemia evidenziando, “inconsapevolmente”, l’assioma sul ritrovato l’Eden, ma con la scomparsa dell’umanità (Aldo Grasso). Si tratta di una contrapposizione esiziale poichè la scelta (non la sintesi) tra natura e cultura comporta danni irreversibili proprio alla causa ambientale che ha invece assolutamente bisogno del contributo decisivo della tecno-scienza per poter sperare in un modello di sviluppo sostenibile.
In secondo luogo, la retorica cosmopolita-passatista della decrescita felice, adottata dai responsabili nazionali delle politiche ambientali non porta alla risoluzione di alcun problema ma acuisce il sospetto nelle classi popolari, per le quali l’ambiente diventa un hobby (ed una lobby) dei più abbienti, e nel mondo imprenditoriale-produttivo rappresenta un ostacolo insormontabile allo sviluppo economico. La cosiddetta “ecologia delle contesse”, ben presente nella critica già di un acuto ecologista come Giorgio Nebbia, non è ancora superata ed è ancora percepita, nella grande maggioranza della popolazione, come un dominio accessorio e secondario.
La tecno-scienza e gli investimenti green
Le soluzioni vanno cercate allora nell’ambito del paradigma sviluppista che coniughi scienza, ambiente ed economia sotto l’egida di una sovraordinata (e coraggiosa) politica. Anche le classi meno abbienti guarderanno con meno sospetto gli interventi a favore dell’ambiente nella misura in cui lo sviluppo economico sociale va di pari passo con la protezione dell’ambiente.
La tecno-scienza è centrale per questa impresa ardua. Sono le nuove ed innovative soluzioni tecnico-scientifiche che combattono l’inquinamento, non l’abbandono dei territori più o meno inquinati e degradati. Né può più essere un alibi la corrente di pensiero per la quale la difficoltà ad operare in tal senso dipendono dalle sovranità basate sullo stato nazionale territorialmente delimitato.
Le contrapposizioni tra sovranismo e globalismo vanno, in questo campo, superate. Non è un caso che Larry Fink, il Ceo della Black Rock, il più grande investitore al mondo in aziende carbonifere, con grande efficacia abbia espresso la seguente soluzione per la crisi climatica: “per fermare il flusso di carbone nell’atmosfera bisogna fermare il flusso di denaro verso il carbone”!
La sua apertura nei confronti degli investimenti green parte dalla consapevolezza che il rischio climatico è diventato anche il rischio di investimento. Infatti lo scopo dell’investitore è la redditività a lungo termine. Se l’investitore si accorge (come sta accadendo) che gli investimenti fossili sono sempre meno convenienti e che non conviene investire in zone sismiche o a rischio idrogeologico, o ancora, più in generale, se egli ha la consapevolezza che i costi legati ai cambiamenti climatici possano causare terribili crisi finanziarie, ecco che non avrà più alcuna ritrosia ad investire nei green bond e nelle obbligazioni che finanziano i fondi, a favore dell’ambiente, con rendimenti simili alle obbligazioni tradizionali.
Primo livello di intervento
Tutto ciò premesso, per una piattaforma di interventi anche sulle questioni ambientali, si devono considerare due livelli.
Il primo certamente afferente al Ministero dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare. I declamati concetti sull’economia circolare , sulla transizione ecologica, sulla crescita sostenibile, sugli investimenti verdi e così via, sono più che altro enunciati, musica per le orecchie per associazioni e parlamentari ambientalisti, che non si traducono in nulla di concreto. Non è un caso che la legge sul Clima sia una scatola vuota.
Certamente il ruolo del Ministero dell’ambiente è del tutto ancillare nell’azione del governo, il suo peso è quasi ininfluente anche se non solo per colpa del ministero. Ma proprio per questo si ritiene che l’azione ministeriale debba concentrarsi su poche questioni serie dove può veramente incidere.
Ad esempio riveste un’assoluta centralità il ciclo dei rifiuti. La Direzione Nazionale Antimafia ha recentemente evidenziato tutte le criticità afferenti a centrali affaristiche-imprenditoriali-criminali che lucrano sul ciclo dei rifiuti. Insieme agli aspetti più strettamente giuridici, ad esempio la trasformazione in delitti degli attuali reati contravvenzionali legati ai rifiuti, ci sono questioni che non possono più essere eluse.
Va certamente sdoganata la termovalorizzazione. Non vi è alcun motivo per la sua demonizzazione. Molti impianti esistenti in tutta Europa sono un esempio di produzione di energia ed di impatto ambientale praticamente pari a zero. Inoltre è la stessa Commissione Europea (Bruxelles 26.1.2017) che, nell’ambito della dinamica della gerarchia dei rifiuti, riconosce il ruolo della termovalorizzazione nell’economia circolare.
Analogamente la questione della cessazione della qualifica di rifiuto (End of waste) sempre elusa dal ministero, rappresenta un atto di intelligente buona volontà nei confronti della politica industriale e di rapporti con le regioni più efficienti, con la trasformazione di un costo (rifiuto) in valore (non-rifiuto).
Tra l’altro il Ministero dell’ambiente ha la possibilità di utilizzare molto più efficacemente uno strumento formidabile di controllo del territorio: i cosiddetti carabinieri-forestali. Una dipendenza funzionale dal ministero del “Comando unità forestali e agroalimentari”, al quale appartengono i carabinieri forestali, “riempirebbe” anche la struttura ministeriale della formidabile conoscenza “ambientale” degli appartenenti dell’assorbito Corpo forestale dello Stato con effetti fortemente positivi sull’azione di sorveglianza sul territorio.
Secondo livello di intervento
Il secondo livello con il quale affrontare con una prospettiva strategica la connessione del dominio ambientale con quello economico e con quello sociale non può essere rivestito dal Ministero dell’ambiente. Non è in grado ma non ha nemmeno gli strumenti.
La vulnerabilità ambientale del nostro Paese non impatta solo sulla conservazione ma sul modello di sviluppo e sulla sicurezza nazionale. La concreta applicazione della green economy, la valorizzazione dei rifiuti, la transizione energetica, la decarbonizzazione presumono pesanti interventi del mondo dell’economia e della finanza.
I green bond, il mercato dell’energia , le politiche fiscali, l’efficientamento energetico, gli investimenti sociali responsabili, le certificazioni ambientali presumono l’alleanza tra ambiente, economia-finanza e scienza attraverso e soprattutto un’ assunzione di responsabilità governativa al massimo livello. La nuova (e seria) piattaforma ambientale deve irrompere in ogni contesto della vita pubblica, perché attiene al modello di sviluppo nazionale, europeo e mondiale, dopo Greta e dopo (e durante) il Covid-19. Presume una lucida analisi strategica ed attraversa una connessione di diverse realtà pubbliche e private, nazionali ed internazionali.








