Tutto sul filo del rasoio.
La finanza di impresa.
Il versante giudiziario.
Il rapporto con il mercato.
Il contesto delle regole comunitarie.
Per l’ex Ilva non c’è solo un passaggio stretto.
Ce ne sono almeno quattro.
Tempo fa erano stati conteggiati mille interventi necessari per fare ripartire l’acciaieria.
Con il passare delle settimane, il registro delle cose da fare è salito abbondantemente al di sopra del migliaio.
“Su dieci interventi necessari – chiarisce il commissario Giancarlo Quaranta, dirigente siderurgico di lungo corso – otto sono a Taranto, due fra Novi Ligure e Cornigliano.
La maggiore complessità è naturalmente a Taranto.
A Novi e a Cornigliano si trovano unicamente i laminatoi a freddo.
A Taranto esiste un ciclo integrale.
Novi e Cornigliano sono più stabilizzati, nella quotidianità delle misure da attuare per fare le manutenzioni ordinarie e straordinarie e per reindustrializzare.
Il punto sono le sorprese che emergono, di giorno in giorno, nella acciaieria maggiore”.
Il problema dei soldi avrebbe una prima, parziale e temporanea, soluzione, scrive il Sole 24 Ore.
La struttura commissariale – formata anche da Davide Tabarelli, specialista di energia, e da Giovanni Fiori, commercialista – sarebbe a buon punto nel negoziato con una banca americana per ottenere un prestito da 200 milioni di euro, che avrebbe come sottostante la garanzia del magazzino dell’acciaieria.
In tutto, per operare il ciclo di manutenzioni straordinarie, servono fra i 600 e i 700 milioni di euro.
A questi vanno aggiunti altri 300-400 milioni di euro per ricostituire le scorte, per ripristinare il magazzino materie prime e il magazzino ricambi, per tornare ad avere un rapporto “normale” con i fornitori.
Un miliardo di euro per salvare la fabbrica – in senso manifatturiero – e l’impresa, in senso complessivo.
Ai 200 milioni di euro di soldi veri in via di definizione con la banca americana, si aggiungono 300 milioni dei vecchi fondi fatti rientrare in Italia dalla famiglia Riva e conferiti a Taranto per le bonifiche (questa somma entrerà nel perimetro della finanza di impresa dell’ex Ilva per lavori di ambientalizzazione) e si aggiungono almeno altri 200 milioni di euro dei 320 milioni di euro del prestito ponte, che devono arrivare – pena l’asfissia finanziaria della società – entro fine luglio.
Domani si terrà la nuova udienza per l’insinuazione al passivo di Acciaierie d’Italia Spa, la società operativa.
Su questo specifico aspetto, il tribunale valuterà le richieste dei creditori, che ammontano a un miliardo e mezzo di euro.
Il quadro complessivo, però, va composto nel suo insieme.
Perché andranno sommate a queste cifre anche le richieste dei creditori di altre quattro società operative collegate, anch’esse fallite: Acciaierie d’Italia Energia, Acciaierie d’Italia Servizi Marittimi, Acciaierie d’Italia Tubi Forma.
Per questo blocco, la stima della cifra complessiva di crediti andati in fumo e per cui i fornitori chiederanno nelle udienze il riconoscimento si aggira intorno ai cento milioni di euro.
C’è, poi, la questione di Acciaierie d’Italia Holding, il cui stato di insolvenza non è stato ancora determinato.
È, infatti, nel perimetro della holding il tema dei 600 milioni di euro iniettati – e persi – da Invitalia, socio pubblico di minoranza degli indiani di Arcelor Mittal.
“II profilo industriale dell’ex Ilva – nota il commissario Fiori – appare particolarmente complesso.
Anche perché la questione va affrontata sotto molti diversi punti dista.
Esiste una dinamica estremamente delicata fra la reindustrializzazione dell’impresa, l’afflusso di un minimo di capitali freschi e il profilo giudiziario affrontato dalla magistratura di Milano”.
A livello europeo il primo tema è autorizzativo.
La direzione generale della concorrenza deve ancora rispondere in merito alla proposta di prestito ponte da 320 milioni di euro all’ex Ilva.
A quanto sembra dovrebbe arrivare entro metà luglio, così che i commissari possano intervenire entro fine luglio, che è considerato il punto di non ritorno, in caso di assenza di soldi minimi.
Il decreto-legge è già stato approvato dal consiglio dei ministri.
Se e quando arriverà l’ok di Bruxelles, servirà un decreto del Mef per il trasferimento dei soldi.
Il secondo tema è di policy.
In Unione europea esiste un mercato di compravendita dei diritti di emissione.
Le imprese manifatturiere – a seconda che non immettano o immettano sostanze ad alto impatto ambientale – possono vendere o comprare questi titoli, così da creare un effetto di compensazione ecologica e così da avere un incentivo a migliorare il loro profilo verde.
La siderurgia è uno dei comparti a più alto impatto.
L’ex Ilva è uno dei suoi protagonisti.
Fino al 2029 non ci saranno sovraccosti, perché queste quote sono gratuite.
Dal 2030, invece, sii pagheranno.
Per produrre una tonnellata di acciaio con l’altoforno, se ne emettono due di anidride carbonica.
La previsione di costo è di 100 euro per tonnellata di C02.
Dal 2030 il sovraccosto medio per ogni tonnellata di acciaio sarà di 200 euro.








