La Fase Due della pandemia in Francia si apre con una doppia crisi, una interna e un’altra esterna. Il presidente Macron affronta il periodo peggiore, forse ancora più insidioso di quello attraversato con la rivolta dei gilet gialli. Il suo partito En Marche si sta sfaldando e il tradizionale asse franco-tedesco è entrato in crisi. E ora appare più vulnerabile che mai.
Inoltre Macron e il suo primo ministro Edouard Philippe, diventato improvvisamente un suo concorrente nei gradimenti dei sondaggi, dovranno governare nella fase due su una Francia spaccata. Il Paese è diviso in due: nei dipartimenti “verdi” sono riusciti a frenare il contagio e nelle prossime settimane qui potrebbero riaprire licei, ristoranti e caffé. Nei dipartimenti “rossi” invece il virus circola ancora e gli ospedali sono in difficoltà. Ci saranno quindi alcune regioni che saranno considerate “zona rossa”_ Grand Est, Bourgogne Franche-Comté e Hauts-de-France, Île-de-France e Parigi _ dove il numero di contagi è ancora considerato troppo alto e l’allentamento delle restrizioni sarà più contenuto.
La principale novità è che le persone possono uscire di casa, tornare a lavorare e allontanarsi fino a 100 chilometri senza dover mostrare alcuna certificazione. Inoltre riaprono le scuole materne e elementari(su base volontaria) ma anche la maggior parte dei negozi. Parchi e giardini pubblici riapriranno solo nelle zone “verdi”. In tutto il paese saranno obbligatorie le mascherine sui mezzi pubblici e nei negozi, oltre che mantenere le distanze sociali di sicurezza.
Non è per niente un ritorno alla normalità, non soltanto dal punto di vista sociale ma anche politico. In primo luogo un’inchiesta di Le Monde ha rivelato che la Francia è diventato un Paese con una burocrazia tra le più ottuse del mondo. Dal 2011 al 2020 lo stock statale di mascherine è passato da 1,4 miliardi a 117 milioni, con una accelerazione delle distruzioni negli ultimi tre anni. Ma soprattutto, a fine marzo, in piena epidemia, quando non si trovavano mascherine e il governo si dibatteva tra acquisti disperati in Cina e litigi in Europa, la Francia continuava a bruciarne milioni. Lo Stato ordinava mascherine ovunque nel mondo ma non riusciva a darle ai suoi medici in prima linea perché bruciava quelle che aveva in magazzino.
Insomma un disastro per l’immagine di Macron. Prima è arrivato il sondaggio mensile di Elabe: fiducia scesa di 5 punti dopo la crescita del mese scorso. Poi la notizia che decine di deputati della République En Marche, il partito del presidente, sono pronti a unirsi ad altri per creare un nono gruppo in Assemblea nazionale. Si tratta di 58 membri deputati che diventeranno per lui una spina nel fianco. I dissidenti lo hanno scaricato in piena crisi pandemica e ora lanciano un progetto alternativo a En Marche con lo slogan: “Basta ai dogmi di bilancio” imposti dal rigore dell’Unione europea. E tutto questo accadeva mentre il Senato respingeva il piano per la “Fase 2”.
Il presidente si trova quindi a dover gestire anche un fronte politico ribollente, non più solo sanitario ed economico. Mentre si apre per Macron anche un fronte internazionale strettamente legato anche alla crisi politica interna. La sentenza della Corte costituzionale tedesca di Karlsruhe sul programma d’acquisto di titoli di Stato varato dalla BCE nel 2015 ha sì confermato la costituzionalità del Piano di Quantitative Easing (QE) della BCE, ma con alcuni rilievi, dando tempo 3 mesi al Board di Francoforte per dare una risposta. La prima a tuonare è stata proprio la presidente francese della Banca Centrale Europea, Christine Lagarde, che ha lanciato un messaggio tutt’altro che sibillino ridisegnando il perimetro delle competenze: “Siamo un’istituzione europea, rendiamo conto al Parlamento europeo e ricadiamo sotto la giurisdizione della Corte di giustizia europea. Continueremo a fare tutto ciò che è necessario per soddisfare il nostro mandato”.
Ma la mossa della Corte tedesca non è piaciuta neppure a Macron che ha più volte ha ribadito la necessità di agire nella direzione della solidarietà per scongiurare il rischio, reale, che proprio sulle divisioni in atto possa frantumarsi l’intera Unione Europea.
Comincia a traballare quindi anche il tradizionale Asse franco-tedesco” che è poi l’architrave dell’Unione. E Macron, messo sotto pressione all’interno dagli scissionisti proprio sugli stretti dettami finanziarie di bilancio di Bruxelles, potrebbe essere costretto anche a uno scontro con la Germania. Macron oggi è chiamato a lottare per la sopravvivenza politica: nessun forse l’avrebbe previsto quando è cominciata la pandemia.








