Per declinare in termini più sostenibili il nostro modello di sviluppo è decisivo perseguire un percorso partecipativo e inclusivo, che coinvolga anche le imprese e che si fondi sul confronto proficuo e stabile con il mondo dell’università e della ricerca
Ragionare sulla centralità della ricerca nel processo impegnativo e importante di transizione ecologica significa prima di tutto condividere che l’obiettivo comune è l’individuazione di un equilibrio tra impatto ambientale, impatto sociale e sulle persone e impatto economico di ogni scelta che verrà presa. La parola chiave, che deve guidarci in ogni lettura e in ogni decisione, è sostenibilità.
L’emergenza sanitaria ci ha mostrato che non possiamo proseguire con il modello che abbiamo seguito finora, e che quindi è urgente e decisivo che quell’equilibrio sostenibile venga raggiunto, e questo significa un impegno forte anche di tutto il mondo della ricerca.
È importante però sottolineare che quando si parla di sostenibilità occorre considerare più fattori: certamente, ad esempio, PIL e percentuali che vanno conseguite sono indicatori importanti, ma dobbiamo saperli coniugare con altri aspetti, come una concezione di benessere più ampia di quella che abbiamo fino ad oggi considerato, o anche l’intreccio con un tema decisivo come la salute (se pensiamo, in un momento in cui ogni giorno contiamo i morti da Covid, alle 60.000 persone morte all’anno per fenomeni collegati all’inquinamento). Si tratta di un bilanciamento non solo possibile ma necessario: la sostenibilità non è una delle opzioni a disposizione, è l’unica strada che abbiamo.
Chiaramente il processo per declinare in termini più sostenibili tutto il nostro modello di sviluppo è lungo e complesso, e credo che per farlo sia decisivo un percorso partecipativo e inclusivo, che coinvolga anche le imprese e che si fondi sul confronto proficuo e stabile con il mondo delle università e della ricerca. È il momento giusto per farlo, con un approccio largo e integrato.
Rispetto alla ricerca pubblica in italia, nel documento di presentazione delle linee guida del governo per il recovery fund è indicato l’obiettivo ambizioso di riportare il livello di finanziamento pubblico alla ricerca dall’1,3% al 2,1%, leggermente sopra la media europea.
Si tratta di un passo importantissimo, che spero possa servire da moltiplicatore anche rispetto alle risorse e all’apporto privato, ma dobbiamo sapere che da solo non basta.
Servono anche interventi di carattere ordinamentale, che riguardano la vita degli Enti pubblici di ricerca e delle Università, decisivi per migliorare le opportunità e le possibilità dei ricercatori (ad es. il ritorno dei cervelli, che tutti riteniamo importante, richiede sì maggiori finanziamenti, ma anche migliori condizioni di lavoro). Per quanto riguarda il tema delle energie, dei carburanti e della mobilità, per condividere una visione coerente e di prospettiva per il settore, serve che questo sia inquadrato dentro obiettivi e strategie di crescita, di competitività ed energetiche di tutto il Paese.
Non possiamo e non dobbiamo fermarci a considerare singoli aspetti separati, serve uno sguardo globale, osservando tutte le interrelazioni. Si tratta di una dote che l’Italia ha già, se pensiamo che una delle ragioni per cui i nostri ricercatori sono così apprezzati dalle istituzioni pubbliche e private di tutto il mondo è che uniscono competenze e conoscenze di settore molto elevate con un approccio interdisciplinare, trasversale e integrato.
In questo senso credo che sia molto importante che, nell’evoluzione della ricerca sull’ambiente nel nostro Paese, si riesca fare massa critica tra Enti pubblici di ricerca, facendo dialogare le diverse competenze diffuse e facendo sinergia, sia nei processi che nei risultati delle ricerche.








