La giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne impone una riflessione su due temi – la violenza di genere e la guerra – che stanno affliggendo l’umanità, davanti ai quali nessuno di noi può e deve voltarsi dall’altra parte e che ci coinvolgono profondamente come persone, come istituzioni e come comunità della conoscenza.
Cito una frase significativa della poetessa e scrittrice statunitense di metà ‘900, Audre Lorde, una delle figure chiave nella lotta per i diritti delle persone di colore e delle donne: “Non sono le differenze a dividerci. È il nostro silenzio di fronte a esse”.
Tacere è infatti un verbo che non può più essere contemplato davanti a tali emergenze dell’umanità; sono convinto che promuovere una cultura della parità nei luoghi della conoscenza significa anche rendere la scienza più inclusiva, più capace di vedere e valorizzare la diversità come risorsa. Significa costruire ambienti di lavoro in cui nessuna forma di discriminazione, palese o sottile, trovi spazio; in cui la cura, la solidarietà e la responsabilità diventino linguaggio comune. Significa, quindi, “non tacere”.
Viviamo in un tempo in cui la violenza, nelle sue molteplici forme, continua a ferire il tessuto umano e sociale, nei luoghi di lavoro come nei teatri di conflitto. Accanto alle violenze fisiche e materiali, vi sono quelle invisibili: i linguaggi che escludono, le opportunità negate, le disuguaglianze che continuano a colpire soprattutto donne e bambine, limitandone la libertà, la sicurezza, la piena espressione del talento e del pensiero. Contrastare tutto questo significa agire non solo con norme e sanzioni, ma anche con la forza trasformativa della conoscenza, della cultura, della ricerca”.
La ricerca scientifica non è dunque solo strumento di analisi, ma anche spazio di dialogo, confronto e costruzione di pace. La scienza, infatti, nasce dall’ascolto e dal dubbio, dal rispetto dei dati e delle persone, dalla collaborazione tra discipline, territori e culture diverse. Non si discostano quindi dai valori che fondano ogni percorso autentico verso la giustizia, la libertà e la pace.
Le culture di guerra non si manifestano soltanto nei conflitti armati, ma risiedono spesso nei nostri linguaggi, nelle relazioni quotidiane, nei modelli organizzativi. Sono culture che esaltano la competizione, la contrapposizione, che alimentano la violenza come risposta e il silenzio come forma di rassegnazione. Contrastarle significa disinnescare i meccanismi che le alimentano, dentro e fuori le istituzioni: significa promuovere una cultura della cura, della cooperazione e del rispetto reciproco, capace di riconoscere nell’altro non una minaccia, ma una possibilità di crescita comune.
La ricerca, in questo senso, può diventare luogo di resistenza alle culture di guerra, perché ogni processo di conoscenza è fondato sul dubbio, come detto prima – sull’ascolto, sull’apertura verso l’altro. Ricercare è, in fondo, un atto profondamente pacifico: significa costruire ponti tra saperi e generazioni, sostituire la logica della conquista con quella della comprensione.
La pace non è solo assenza di guerra: è presenza di giustizia, di equità, di rispetto reciproco. E la ricerca può e deve essere la via per alimentare questa pace. Dobbiamo allora impegnarci per promuovere una cultura fondata sull’uguaglianza, sul rispetto e sull’ascolto. Perché ogni passo verso la conoscenza è anche un passo verso la libertà, e ogni atto di ricerca è, in sé, un atto di pace.
Eleanor Roosevelt che presiedette la Commissione che delineò e approvò la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, ci lasciò, tra le altre, questa importante dichiarazione d’intenti: “Non basta parlare di pace. Bisogna crederci. E non basta crederci. Bisogna lavorarci”. E lavorarci insieme.








