Nella giornata del 24 novembre, il presidente di OVS, Franco Moscetti, ha dialogato con Luca Telese, giornalista di La7, durante il panel “Tra riconversione e innovazione del sistema imprenditoriale italiano”, nel corso degli Stati Generali della Ripartenza organizzati a Bologna dall’Osservatorio economico e sociale Riparte l’Italia.
Telese introduce l’intervento di Moscetti presentando il presidente OVS come colui che ha amministrato qualunque tipo di impresa in Italia e che sicuramente ha in tasca la soluzione al problema oggetto del panel: “Beh, io ti ringrazio, ringrazio evidentemente per l’invito, ma non ho queste proprietà taumaturgiche per trovare soluzioni più grandi di me. Allora, detto questo, faccio una premessa per rispondere bene alla tua domanda. Io in questo convegno c’è una parola che non ho ancora sentito nominare ed è “formazione”. Il che non vuol dire la scuola dell’obbligo, le scuole medie, l’istituto superiore ed evidentemente l’università”.
Ed aggiunge: “Noi viviamo in un mondo, anzi la metto ancora più grande, il terzo millennio è il millennio della precarietà legata alla velocità del cambiamento. Io immagino come magari anche un ingegnere, un laureato in economia, un qualunque personaggio con una scolarizzazione molto elevata, possa sopravvivere in questo mondo quando c’è una tecnologia che oggi è d’avanguardia e che da domani mattina diventa obsoleta. E quindi come si può rispondere ad una cosa del genere? Solo ed esclusivamente aggiornandosi continuamente. Quelle persone che hanno trenta o quarant’anni purtroppo non sono persone formate, di magazzinieri oggi non ce n’è bisogno, di gente che va ad imbucare le lettere non ce n’è più bisogno. Oggi anche la persona che all’interno di un’azienda fa un lavoro, anche il più umile possibile, deve conoscere una lingua, perché all’interno dell’internazionalizzazione oggi le piccole aziende italiane, ad esempio un’azienda che sia a Tarquinia che è il mio paese natale, non vende solo in provincia di Viterbo, vende in Italia, in Francia, in Germania, in Cina e se non conosce una lingua… Allora questa passione per il miglioramento io non la vedo e non vedo neanche un’adeguata attenzione in termini sistemici per i quali noi affrontiamo i problemi uno per volta, non immaginando che il tipo di impatto possa avere questo nel sistema”.
“Riguardo alla digitalizzazione, – prosegue Moscetti – faccio un esempio bancario, se domani mattina la Banca Intesa si digitalizza come ha fatto dall’inizio Banca Mediolanum deve espellere decine di migliaia di persone. Che cosa ci fai con queste persone se non hanno una formazione adeguata a svolgere una competenza, che possono magari sfruttare anche in un altro ambito e non soltanto nell’ambito bancario. Ma questo è quello che manca. Leggo il titolo di questo panel “Tra riconversione e innovazione del sistema imprenditoriale italiano” e penso che io la parola imprenditoriale l’avrei cancellata, perché il sistema italiano è fatto sia dalla parte di impresa, sia dalla parte politica che deve accompagnare l’impresa. Noi oggi dalla parte imprenditoriale, e lo dico evidentemente con tutta l’umiltà di cui dispongo e ti ringrazio di avermi fatto parlare dopo Valentina Marchesini che rappresenta una delle eccellenze italiane da questo punto di vista, noi oggi competiamo su tutti i mercati del mondo senza vergognarci. E se le aziende sono piccole, medie o grandi, fa poca differenza. E ovviamente, come ha già detto la Marchesini, le grandi aziende senza le piccole aziende non vanno da nessuna parte. Quante decisioni avete visto voi da parte del Governo per mettere in rete queste aziende, per fare sì che si possano accelerare i processi di consolidamento dando dei vantaggi fiscali di un certo tipo? E ovviamente, essendo molto personalizzate, in quanto in queste piccole aziende c’è sempre un fondatore, c’è sempre un padrone, voi mi insegnate che, in assenza di incentivi, è difficile mettere due padroni intorno al tavolo per fargli fare un’unica azienda”.
“Allora, ripeto, secondo me il problema va visto in maniera sistemica. – sottolinea Moscetti – Faccio un ultimo esempio. L’Italia, in quanto appunto paese, ha sempre cercato di fare riferimento ad esperienze estere. Si tratta di un argomento e si dice “ah perché negli Stati Uniti…”, si tratta di un secondo argomento e ancora “ah perché in Islanda…”, 400 mila abitanti ossia un quartiere di Roma, la Francia, la Germania, ma noi abbiamo delle caratteristiche peculiari che non ha nessuno, sia per quello che abbiamo ereditato dal passato, sia per le competenze artigianali, in quanto ci sono alcune cose che sappiamo fare solo noi. Quando vengono poi gli stranieri a comprare le nostre aziende, LVMH o altri, non è che chiudono le nostre fabbriche, perché se non ci fossero i nostri dipendenti italiani capaci di fare quel mestiere lì, non andrebbero da nessuna parte. Allora, io dico, se noi ci caratterizziamo per questi aspetti, cerchiamo un modello italiano, cerchiamo di valorizzare bene le individualità, noi siamo un insieme di 56-57 milioni di persone, non siamo un sistema unico. Allora, mettiamoci in questa condizione”.
“E poi a me farebbe piacere anche un’altra cosa Luca, – conclude Moscetti – siccome tu mi hai presentato come un pochino effervescente, anche quelli che fanno il tuo mestiere (giornalista ndr) dovrebbero far parte del sistema, perché non è possibile che tutti i giorni che leggiamo il giornale sembra che qui moriamo tutti da un momento all’altro, dando all’estero un’immagine negativa. Allora io, ringraziando Dio per l’esperienza che ho fatto, ho visitato 66-67 diverse paesi del mondo, non ho il momento preciso perché poi qualcuno l’hanno diviso per tre, per quattro… io non è che ho trovato tutto questo ben di Dio quando mi sono confrontato sui temi veri e seri degli altri paesi, ma perché? Perché, come ripeto, una cosa perfetta non esiste, tu se la prendi a spicchi, prendi tante cose fatte bene, ma quando le metti insieme, devi essere sicuro di aver trovato il migliore dei trade-off possibili, perché devi mettere insieme anche attività che spesso sono in conflitto di interesse tra di loro. Tu hai nominato il sistema infrastrutturale italiano, noi abbiamo uno svantaggio competitivo del 16% sulla Germania, perché la loro logistica costa il 16% meno di noi. Adesso però il problema qual è? Dove troviamo i soldi? Il PNRR. Non abbiamo usato quelli del PNRR. Che cosa abbiamo fatto per il PNRR? Niente. E allora vedi che ritorniamo all’aspetto sistemico dove le imprese fanno i tripli salti mortali per confrontarsi tutti i giorni su tutti i mercati del mondo, e devo dire che invece la politica ha altre priorità”.








