Nella giornata del 24 novembre, il Direttore delle Catacombe di Napoli, Don Antonio Loffredo, ha dialogato con Lirio Abbate, Caporedattore La Repubblica, durante il panel “Il Sud ponte del Mediterraneo: un’opportunità di rinascita per un intero territorio?”, nel corso degli Stati Generali della Ripartenza organizzati a Bologna dall’Osservatorio economico e sociale Riparte l’Italia.
A proposito della grande opportunità di rinascita offerta dal PNRR e da altri provvedimenti legislativi e governativi, Don Antonio spiega: “Certamente è una grande opportunità. Noi che siamo del Sud siamo stati già abituati in passato ad avere i soldini, ma non è che i soldini possono risolvere i problemi, no? Abbiamo avuto per anni la Cassa del Mezzogiorno e sappiamo di quanto sia aumentato il PIL in 70 anni”.
“Quindi la cura maggiore è veramente la crescita del capitale umano. Se non è la gente a liberarsi, non saranno nemmeno i soldi capaci di liberare la nostra gente. Quindi è importante rendere sempre più protagonisti i nostri amici cittadini del Sud, per poter diventare attori di questo cambiamento, altrimenti rischiamo di far passare sulla testa tante cose”.
“Il lavoro fatto al Rione Sanità è questo, in fondo, no? Far scoprire quello che siamo, le potenzialità che abbiamo al Sud. I ragazzi si sono accorti che hanno una potenzialità enorme da un punto di vista culturale e lì hanno investito loro stessi. E lì si avverte poi la trasformazione. Quindi certamente si può fare molto ma bisogna legare i soldi alle persone. E rendere capaci queste persone di poterli spendere e spendere bene”.
“La formazione penso che ci sia e si stia accelerando il cammino formativo, perché in questo momento così magico, parliamo di una città sotto i riflettori, i napoletani non sono sciocchi e capiscono che è un’opportunità quella di ospitare le persone nella città nostra. Avvertono come l’ospitalità, che è un tratto caratteristico del nostro modo di essere, sia in effetti la forza più grande che noi abbiamo, l’attrattore più grande che abbiamo. E la gente sta incominciando a organizzarsi. Tant’è vero che il sindaco si sta adoperando per consentire alla gente di organizzarsi”.
In merito al sacrificio collettivo delle famiglie nello spingere i ragazzi alla conquista dei propri successi, Don Antonio afferma: “Sì, è facilitato certamente perché gli esempi positivi moltiplicano gli altri atteggiamenti positivi. Una delle cose che ho trovato quando facevo il parroco vent’anni fa nel cuore di Napoli, al Rione Sanità, era quella incapacità di immaginare di vincere le cose inevitabili. Cioè, una ventina di anni fa a Napoli si ragionava ormai da depressi, ad esempio non si può avere un posto di lavoro se non ci sta la conoscenza, non si può andare avanti se non conosci uno o un altro, degli stereotipi che facevano paura. Quindi era qualcosa di inevitabile, così vanno le cose, così devono andare. La camorra è un problema che è eterno e resterà per sempre, non si può fare niente. Sentire questo dai giovani, certamente inquieta, no? Però se incominci a far percepire alle persone che invece qualcosa di imprevisto può cambiare tutto, succede. E allora, quando puoi raccontare, quando i ragazzi raccontano le loro storie ovunque, il finale è molto semplice. Ci siamo riusciti nel Rione Sanità, ci possono riuscire tutti. E quindi tolgono questa paura dell’inevitabile e oppongono l’imprevedibile”.
“C’è qualcosa di nuovo, no? Per me è stato facile nella mia vita capire qual era l’imprevisto per eccellenza ossia quello che Gesù Cristo ci ha portato con la resurrezione, quindi l’inevitabile morte superata dalla risurrezione. Fare questo per la storia, per la città, è stata la sfida. Ed è riuscita. Cioè adesso è più facile incominciare a fare, come si dice tecnicamente, spin off. Perché hai quel materiale, quella specie di lievito per poter incominciare a contaminare gli altri territori. E di storie simili in tutto il sud, anche nella tua Sicilia, nascono così, nascono dal basso, nascono da questa presa di consapevolezza. Ossia quella che, oltre ad avere come noi abbiamo, una cultura della cura, ce l’abbiamo innata con l’accoglienza, occorra incominciare ad avere cura della cultura.
“Ad esempio, le parti più sofferenti di una città al sud sono quelle che coincidono con la maggior parte dei beni storico-artistici. Toccare gli uni e gli altri contemporaneamente, per me prete significa toccare le pietre preziose che la storia ci ha lasciato e le pietre scartate che possono diventare testate d’angolo. Quindi il lavoro è intrigante. Ho insegnato ai ragazzi ad essere datori di lavoro di loro stessi, perché abbiamo lavorato con questo spirito del terzo settore che è più proprio al sud. Perché per noi fare cooperazione significa tenere insieme i gruppi di persone, le paranze.”
Circa il PNRR e la possibilità di avere strutture per le famiglie ed i genitori che lavorano come gli asili nido, Don Antonio aggiunge: “I numeri ci dicono che siamo un po’ indietro da questo punto di vista… quindi dobbiamo certamente recuperare. Sentire al Rione Sanità, per esempio, che devo attrezzare uno spazio nido per alcune persone e sapere la richiesta che è infinita, ti fa stare male perché ti accorgi che è un problema che si deve risolvere. Però in questo ci stiamo attrezzando un po’ tutti al Sud, sta incominciando un modo diverso anche di approcciare ai problemi. Le ultime amministrazioni stanno dando delle risposte anche molto innovative. Per esempio, c’era il Cimitero delle Fontanelle al Rione Sanità, per il quale il popolo 12 anni fa si era quasi ribellato manifestando l’intenzione di aprirlo ed occuparlo, del tipo “facciamo qualche nottata insieme ai morti, siamo abituati a stare con loro tranquillamente” e sono passate ben tre volte le amministrazioni comunali per arrivare a un bando che ha dato rispetto, perché è il primo bando che è stato fatto in Italia nel quale si parla della Convenzione di Faro, cioè si parla dell’identità che il patrimonio può dare a un popolo, si parla di un diritto che la gente ha sul suo patrimonio che può diventare generativo per un quartiere, allora tutto questo incomincia a diventare qualcosa che porta ad un dialogo con l’ente pubblico e quindi fa un bando l’ente pubblico talmente innovativo che ha messo in difficoltà qualche società che ha partecipato”.
E poi Don Antonio conclude: “Una cosa interessante che ci pitta a noi del sud, una grande forza che abbiamo noi del sud è quella di essere persone poco di testa ma molto più sensuali. C’è un amico che dice che se in certi momenti della storia l’uomo non si nutre anche delle rose, nemmeno il pane sazierà. A noi piace il teatro, ci piace la musica ci piace la pittura, ci piace quello che è inutile e quello che molto spesso anche i nostri politici hanno sottovalutato. Il nutrimento al cuore dell’uomo lo invochiamo ed è quello che può trasformare. Quindi puntare sulla cultura al Sud è la carta vincente. Perché è quella che più ci rappresenta, cioè non solo ce l’abbiamo per storia millenaria ma ce l’abbiamo nella carne e quindi certi atteggiamenti, certe proposte, certe risposte che dà il popolo rispetto a tutto ciò che è l’ambito culturale secondo me è importante. Noi dobbiamo nutrire quel cuore e le amministrazioni pubbliche non possono mancare in questo atteggiamento, cioè l’aspetto culturale, formativo, la ricerca vengono prima di ogni altra cosa. Prima delle pietre, prima dei granai per il grano, abbiamo bisogno delle rose”.








