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Assegno unico, dopo quattro anni il bilancio: aiuta le famiglie ma da solo non basta a invertire il calo delle nascite | L’analisi di Alessandro Rosina

A oltre quattro anni dalla sua introduzione, l’Assegno unico universale per i figli può essere valutato non più come una novità, ma come una politica strutturale.

È l’analisi del demografo Alessandro Rosina, pubblicata su Il Sole 24 Ore, secondo cui le evidenze ormai disponibili consentono di misurarne funzionamento, punti di forza e limiti.

I numeri della misura

Nel 2025 sono stati erogati 19,8 miliardi di euro.

L’assegno ha raggiunto 6,1 milioni di nuclei familiari e 9,6 milioni di figli.

A maggio 2026 l’importo medio per figlio si è attestato a 175 euro mensili, con valori compresi tra 58 euro per chi non presenta l’Isee o supera la soglia massima e 227 euro per la classe di Isee più bassa.

I dati più recenti dell’Inps, osserva Rosina, permettono di superare la semplice difesa o critica dello strumento e di valutare ciò che un trasferimento monetario può fare e, soprattutto, ciò che non può fare da solo.

Un cambio culturale

Alla base dell’Assegno unico c’è un cambiamento che va oltre il superamento della frammentazione delle misure precedenti: il riconoscimento del sostegno ai figli come diritto stabile lungo tutto il percorso di crescita, dalla nascita fino ai 21 anni.

Una politica generazionale, dunque.

Il Family Act rimasto a metà

L’assegno era stato pensato come uno dei pilastri del Family Act, una riforma che avrebbe dovuto affiancare al trasferimento economico il rafforzamento dei servizi educativi per la prima infanzia, la conciliazione tra lavoro e famiglia, la condivisione dei carichi di cura, l’occupazione femminile e l’autonomia dei giovani.

L’obiettivo non era solo ridurre il costo dei figli, ma creare un ambiente più favorevole ai progetti familiari.

Qui sta, secondo Rosina, uno dei principali limiti: l’assegno è stato introdotto, mentre buona parte delle altre componenti del Family Act è rimasta largamente incompiuta.

Universale, ma modulato sull’Isee

Il secondo nodo riguarda la sua natura.

Pur definito “universale”, l’assegno è fortemente modulato in base all’Isee.

Una scelta comprensibile sul piano redistributivo, perché rafforza il sostegno alle famiglie più fragili, ma che ne modifica in parte l’identità: quanto più il beneficio dipende dal reddito, tanto più lo strumento assume caratteristiche redistributive, attenuando la funzione universalistica di sostegno alle scelte familiari e di riconoscimento del valore sociale dei figli.

Povertà e natalità, obiettivi diversi

Contrastare la povertà e sostenere la natalità sono obiettivi importanti ma non coincidenti.

La redistribuzione concentra le risorse dove il bisogno economico è maggiore e i figli ci sono già; sostenere la genitorialità significa invece mettere al centro la scelta di avere figli e le condizioni che la favoriscono.

Questa scelta, sottolinea Rosina, non dipende solo da un trasferimento, ma dalla possibilità di costruire un progetto di vita in cui lavoro, casa, cura e genitorialità siano compatibili.

La letteratura scientifica mostra che i trasferimenti economici possono incidere sulle decisioni di fecondità, ma gli effetti dipendono da ammontare, disegno della misura e contesto.

In un mercato del lavoro segnato da bassi salari, precarietà e scarse opportunità di carriera, l’effetto può essere frenato dalla qualità dell’occupazione e dai costi della cura.

Per le famiglie meno benestanti, se i servizi e l’organizzazione familiare assorbono una quota rilevante del reddito da lavoro, mantenere un’occupazione può diventare più difficile.

Nidi, il vero banco di prova

Per questo diventano centrali i servizi per la prima infanzia.

Il Pnrr ha rappresentato un investimento straordinario sull’offerta di nidi, ma proprio ora che la sua stagione si avvia alla conclusione emerge la vera sfida: trasformare gli investimenti infrastrutturali in servizi effettivamente disponibili e sostenibili nel tempo.

Non basta contare i posti autorizzati: l’impatto reale comincia quando il nido è aperto, dotato di personale preparato, accessibile a tutte le famiglie e finanziato ogni anno.

È anche una questione di capacità amministrativa: servono le risorse per costruire le strutture, ma anche competenze, personale e fondi correnti per farle funzionare.

Su questo si misura la differenza tra un investimento straordinario e una politica pubblica strutturale.

La conclusione di Rosina è netta: non esiste una misura capace da sola di invertire il declino delle nascite.

Si possono però costruire ecosistemi favorevoli, in cui sostegno economico, servizi educativi, occupazione femminile di qualità, congedi parentali equilibrati, organizzazione flessibile del lavoro e opportunità di autonomia si rafforzino a vicenda.

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