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Alessandro Campi: democrazie in trasformazione tra populismo e nazione | L’anticipazione

Una nuova collaborazione editoriale tra analisi e dibattito pubblico

Nasce la collaborazione tra l’Osservatorio economico e sociale Riparte l’Italia e Rubbettino Editore, con l’obiettivo di proporre ai lettori estratti selezionati di saggi e volumi capaci di alimentare il dibattito culturale, politico ed economico contemporaneo.

L’iniziativa intende offrire strumenti di approfondimento e chiavi di lettura utili a comprendere le trasformazioni in corso nella società, valorizzando contributi editoriali che affrontano temi centrali del presente con approccio scientifico e analitico. In questo spazio verranno pubblicati testi scelti direttamente dal catalogo Rubbettino, mantenuti integralmente nella loro forma originale, per favorire una lettura diretta e non mediata delle riflessioni degli autori.

Di seguito il primo estratto, tratto dal volume di Alessandro Campi.


Tratto da Alessandro Campi “Autoritarismo, populismo, nazionalismo”, Rubbettino 2025

Il tema che questo libro affronta è quello, già ampiamente trattato da una vasta pubblicistica e da una molteplicità di studi, delle democrazie in trasformazione e di come sta a sua volta cambiando la politica: nel suo rapporto con le altre sfere di attività sociale, da quella economica a quella tecnico-scientifica; nel modo con cui essa viene concepita e vissuta a livello individuale e collettivo; nel suo significato teorico-concettuale; nel suo stesso modo di manifestarsi ed esprimersi sul piano storico-pratico.
C’è il rischio di ripetersi, in effetti, tenuto conto di quanto è già stato scritto su questi argomenti negli ultimi anni. Trasformazioni della politica è il titolo di un mio volume apparso nel 2022 nel quale a mia volta ho provato ad analizzare, partendo dal trauma prodotto a livello globale dalla pandemia, il modo con cui, scrivevo, «si stanno riconfigurando – non solo sul piano organizzativo e istituzionale, ma anche su quello mentale e delle rappresentazioni sociali – i regimi democratici e gli attori che operano al loro interno». Ma già allora parlando di temi quali il populismo, la nazione nel suo rapporto con la democrazia, i partiti, la partecipazione politica, la leadership, la mentalità complottista, la crisi delle ideologie e l’Unione europea a muovermi era l’idea che su di essi, per capire il senso delle trasformazioni in corso, fosse necessario gettare uno sguardo, per quanto possibile, critico, eccentrico e non convenzionale. Diverso da quello prevalente nel dibattito pubblico e, talvolta, anche a livello scientifico. Faccio due esempi.

Il primo relativo a cosa debba intendersi con il termine, da anni a dir poco abusato, «populismo». Rispetto alle interpretazioni prevalenti nella pubblicistica e nella letteratura, che abitualmente lo presentano come una patologia o una minaccia, come un fenomeno regressivo espressione di una congiuntura storico-politica segnata dal declino dei tradizionali valori di libertà e giustizia, dall’emergere di forme particolarmente pericolose di demagogia e dal radicarsi nel corpo sociale di pulsioni autoritarie e illiberali, in più occasioni ho invece sostenuto che esso sia da considerare, più che la causa della condizione di instabilità in cui versano effettivamente molte democrazie contemporanee, la conseguenza o l’effetto di un disagio sociale e psicologico le cui cause profonde hanno a che fare con lo scarto sempre più evidente tra la nostra immagine idealizzata della democrazia e la sua realtà effettuale, tra ciò che le democrazie hanno promesso in passato, costruendo su ciò parte significativa della loro legittimità politica e simbolica, e ciò che oggi esse sono effettivamente in grado di offrire e realizzare. Il che è come dire che il populismo è da considerare, diversamente da quel che spesso si sostiene, una sindrome o mentalità che si nutre delle delusioni, delle frustrazioni, delle ansie che investono i regimi pluralistico-liberali allorché questi ultimi si trovano alle prese con richieste e prestazioni che non riescono a soddisfare o con problemi strutturali e di funzionamento che non riescono ad affrontare. In altre parole, il populismo non critica la democrazia in quanto tale – e dunque non è antidemocratico in senso ideologico o fattuale –, pretende semmai di realizzare la “vera democrazia” contro coloro che, secondo il giudizio dei populisti, ne hanno tradito i valori e i princìpi ispiratori. In linea con alcune mie vedute sul tema che peraltro risalgono a molti anni fa, nel volume sopra citato ho dunque proposto una lettura, per così dire, virtuosa e non demonizzante del populismo, che non lo assimila a una forma generica di rifiuto della politica, semmai a una forma di iperpoliticismo peraltro comprensibile in un’epoca in cui i regimi democratici manifestano una inclinazione oligarchica sempre più marcata e sono, al tempo stesso, sempre più tentati, nel nome della governabilità e dell’efficienza burocratico-amministrativa, dalla scorciatoia tecnocratica (una tentazione politica in realtà antica e ricorrente).

Il secondo esempio riguarda la dimensione nazionale della politica e il ruolo che sulla scena storica contemporanea deve essere assegnato al modello dello Stato-nazione e, più in generale, al concetto di «nazione». Anche su questo tema prevalgono, da almeno quattro decenni, interpretazioni che tendono a considerare quest’ultima come una realtà politica, non solo pericolosa sul piano ideologico nonché frutto, sul piano fattuale, di una sorta di artificio intellettuale o di una vera e propria attività di manipolazione culturale, ma anche obsoleta e superata dalla storia. Alla luce di queste convinzioni, il ritorno sulla scena internazionale del sentimento di appartenenza nazionale e del nazionalismo vero e proprio è stato sempre bollato, da un lato, come qualcosa di residuale, come una scoria o rimanenza del passato che ancora fatica a scomparire, dall’altro, come il ritorno – che ovviamente c’è da sperare sia passeggero e occasionale – di un fantasma.

Anche in questo caso, la mia idea – anch’essa espressa in più occasioni – è che la nazione vada considerata una formula-forma politica (come la definisco) certamente frutto della storia, nulla dunque di eterno o immobile, ma al tempo stesso ancora capace di agire come strumento collettivo aggregante, come principio identitario, come criterio legittimante dello Stato e come perimetro, al tempo stesso legale e simbolico, della democrazia, Un punto, quest’ultimo, che considero dirimente se si vuole capire e giustificare la capacità di resistenza della nazione rispetto a tutti gli annunci di fine o scomparsa che si sono succeduti nel Novecento e sino ai giorni nostri.

La nazione come vincolo unitario basato sul sangue o su una comune discendenza materiale, secondo visioni che nel passato hanno trovato non pochi sostenitori, certamente non risponde più alla nostra concezione della convivenza politica e agli orientamenti valoriali dominanti nelle società cosiddette aperte e pluralistiche. Ma nella storia l’idea di nazione ha trovato, come è noto, molte altre declinazioni, rispettose dei valori di libertà e di autonomia, riferiti sia agli individui sia alle comunità organizzate. Non solo, la nazione non ha sempre prodotto come risultato il nazionalismo nella sua accezione bellicista, escludente e violenta (è esistito e può dunque continuare ad esistere un nazionalismo democratico, liberale e «civile»). Più che ragionare sulla scomparsa (ritenuta necessaria e persino salutare) della nazione dovremmo dunque riflettere – questa la mia prospettiva – su come stanno (anzi, su come debbono) cambiare i criteri che definiscono l’appartenenza e la coscienza nazionale, tanto più in una fase storica che – dopo l’euforia intellettuale prodotta da una lettura della globalizzazione sotto forma di unificazione politica globale, uniformizzazione su scala universale degli stili di vita ed esaurimento delle tradizioni storiche particolari – ha visto riaffermarsi in modo prepotente la cosiddetta «politica del riconoscimento», il particolarismo culturale e le logiche identitarie. Chi sono? Chi siamo? Se l’identità, singolare e collettiva, non può essere una gabbia, o qualcosa di definito una volta per tutte, è anche vero che non si può essere tutto nello stesso tempo o qualcosa di sempre profondamente differente nel tempo secondo gli umori e le circostanze. La nazione ancora funziona e svolge un ruolo proprio perché rappresenta una soluzione sufficientemente efficace – pur con tutte le storture e le violenze che il nazionalismo ha effettivamente prodotto in certe fasi della storia – al problema, molto forte nel mondo contemporaneo, di come conciliare la soggettività con un senso di comunione e condivisione (l’unione che nasce dalla molteplicità e dalla differenza) senza il quale la prima si risolverebbe in isolamento esistenziale e sociale: una condizione alla lunga intollerabile per qualunque essere umano.

Entrambi gli esempi dimostrano bene, a mio giudizio, come letture ostinatamente convenzionali e conformistiche dei fenomeni politici – il populismo come antipolitica e minaccia interna alla democrazia, la nazione come realtà ideologica aggressiva ed escludente destinata a sfociare necessariamente nel nazionalismo ideologico – siano di poco aiuto per comprendere i fenomeni in questione, ma soprattutto il contesto storico nel quale essi si inseriscono e che, per quel che concerne il mondo d’oggi, appare caratterizzato da uno straordinario dinamismo e segnato, come detto, da una profonda trasformazione. Se poi alla pigrizia scientifica o intellettuale aggiungiamo il pregiudizio ideologico o culturale, allora si comprende la difficoltà di molti analisti e studiosi a cogliere, in modo minimamente oggettivo, i cambiamenti in atto nella sfera politica. Cambiamenti per certi versi preoccupanti, che non si tratta di assecondare o giustificare con atteggiamento rassegnato o di osservare con una sorta di cinico distacco, semmai occorre comprenderli e spiegarli nella loro realtà effettiva, quale che sia il giudizio storico-politico, o anche morale, che è possibile, forse persino necessario, esprimere su di essi. Ma dopo averne analizzato e descritto le origini, le cause e le modalità di svolgimento. Un modo di ragionare che è quello proprio, dal mio punto di vista, del «realismo politico».

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