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Ursula in pole, si allontana l’ipotesi Draghi | Lo scenario

Il risultato del voto alle Europee dirada alquanto le incertezze sulle nomine dei vertici della prossima legislatura.

Certo, la vera campagna elettorale inizia ora.

I cittadini hanno parlato, ora tocca ai 27 leader tradurre il messaggio in carne e sangue, con candidature che possano trovare il consenso necessario sia al Consiglio Europeo sia all’Eurocamera.

Ursula von der Leyen esce però rafforzata dalla tornata elettorale e il suo secondo mandato alla Commissione appare ormai ben più di un’ipotesi.

Partiamo da un dato incontrovertibile.

Il Ppe ha guadagnato voti.

È vero che non tutti all’interno del partito sostengono von der Leyen e che, in generale, si prevede che “il 10-15% degli eurodeputati andrà contro la decisione del proprio partito al momento della votazione” quando il Parlamento Europeo sarà chiamato ad approvare le nomine.

Ma von der Leyen ha affrontato con energia la campagna elettorale da Spitzenkandidat del Ppe e ora diventa difficile per il suo partito sconfessarla.

Ad aver espresso dubbi sulla politicizzazione della carica era stato Emmanuel Macron ma ora, dopo il tonfo alle urne, il presidente francese avrebbe meno margine nel rivendicare un ruolo da king maker (secondo alcuni osservatori von der Leyen potrebbe quindi diventare la “candidata della stabilità”).

I rumor della vigilia davano come possibili papabili anche il premier croato Andrej Plenković e quello greco Kyriakos Mitsotakis.

L’altra casella, a catena, è il presidente del Consiglio Europeo.

Mario Draghi – sostenuto proprio da Macron – è stato a lungo ipotizzato come un valido successore del liberale belga Charles Michel (il suo nome ha fatto anche capolino per la Commissione nel caso di stallo).

Ma la sua figura di tecnico, slegato dai partiti politici, lo ha sempre penalizzato.

Il raggruppamento dei socialdemocratici, S&D, ha retto all’ondata sovranista e resta saldamente al secondo posto.

Non si capisce perché si dovrebbe auto-decapitare, tanto più che ha un buon candidato come l’ex premier portoghese Antonio Costa: i ‘suoi’ socialisti sono andati bene in patria – hanno conquistato 8 seggi sui 21 in palio, battendo il Ppe (7) – e il lignaggio da sponda sud s’incastra bene con le altre tessere del mosaico.

Non si può dire altrettanto della danese Mette Frederiksen (nordica, appunto, ma ben vista dal Ppe).

L’italiano Paolo Gentiloni – si vocifera – pure avrebbe delle ottime carte da giocarsi, soprattutto ora che il Pd è diventato il primo gruppo tra i socialisti.

Poi c’è la terza carica: l’Alto rappresentante per la politica estera.

Benché acciaccati, i Liberali di Renew dovrebbero pur sempre conservare il terzo posto all’emiciclo di Strasburgo.

Il nome più quotato è quello dell’estone Kaja Kallas.

Ben vista da Macron, sarebbe espressione di quella nuova Europa che reclama ormai piena agibilità politica ai vertici dell’Ue.

C’è chi la vede fin troppo ossessionata dalla Russia ma, allo stesso tempo, dalla sua avrebbe altre qualità.

“L’Estonia non è un big dell’Ue, non ha un passato coloniale: potrebbe rappresentarci molto bene con il Sud Globale”, confida all’ANSA un’alta fonte diplomatica.

L’altro nome che gira è il belga Alexander de Croo.

Che però, vista la disfatta alle urne, si ritrova alquanto azzoppato (benché senz’altro disponibile sin da subito).

In alternativa, si parla un gran bene di Xavier Bettel, l’ex premier lussemburghese.

Al termine della carrellata troviamo Roberta Metsola.

Meridionale, donna, esponente di spicco del Ppe, regina di Malta dopo il boom di preferenze.

La staffetta all’Eurocamera – subentrò a David Sassoli sulla base di un accordo politico pregresso tra i gruppi – non è un dettame istituzionale.

Potrebbe tornare come no.

Tutto dipenderà dall’eventuale fame politica da saziare.

Ma per i primi 2 anni e mezza è vista come “indiscussa”.

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