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Sempre dalla parte degli Ultimi. L’eredità di Carlo Di Cicco è qui | L’editoriale

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“Un dolore grande. Una tristezza immensa. Ci ha lasciati un giornalista di talento, umile fino all’inverosimile, che ha sempre lavorato con tenacia, dolcezza e rigore intransigente. Un uomo di profonda fede, sempre alla ricerca dei valori sinceri dell’anima e della vita. Un cristiano inquieto mai incline al pensiero comodo. Un testimone umile e permanente del Vangelo, per una Chiesa in cammino e per un giornalismo che non si accontenta delle false verità o di quelle propagandate per coltivare interessi di parte o sviluppate per sostenere la propria vanità”.

Per comprendere il valore della scomparsa di Carlo Di Cicco (venuto a mancare lunedì 15 aprile 2024 all’età di 79 anni) sarebbero sufficienti queste parole del presidente di Confindustria Tv, Franco Siddi.

Ma per chi fa parte della comunità del nostro Think Tank Riparte l’Italia, Di Cicco era principalmente una firma autorevole che dalla fondazione di questo Osservatorio ha accompagnato la community nelle analisi e negli scenari della Chiesa.

Ed è qui, sulle pagine digitali del nostro Osservatorio che Di Cicco, vaticanista e analista del mondo cattolico, ha lasciato un tesoro, un testamento: cinquantaquattro articoli da leggere e rileggere (https://www.ripartelitalia.it/tag/carlo-di-cicco/).

Un’eredità che vogliamo condividere con la nostra community e con chiunque avrà modo di leggerle queste pagine preziose.

Capire Francesco

“La sostanza fa parte dell’insegnamento di Francesco: stare con gli ultimi come faceva Gesù” scriveva per noi Di Cicco. Una decisione che vale anche per la Chiesa, ben sapendo che lo stare con i poveri, gli ultimi, non lascia nessuna realtà, nessuna logica, nessuna morale, nessuna abitudine come prima. Se non si decide di non lasciare indietro nessuno non si verifica né conversione, né volontà di cambiare per adeguare la propria vita o l’istituzione di cui si fa parte al paradigma del samaritano”.

“Le riforme in tal caso sono un palliativo, una distrazione di massa. La Chiesa cattolica il tentativo di fare il grande passo verso un cuore nuovo, l’imitazione di Cristo in tutto e per tutto, l’aveva deciso al concilio Vaticano II. Quasi duemila anni dopo la risurrezione di Gesù. Ma poi si è trovata nelle pastoie di giudicare, valutare, comprendere, sezionare, criticare, respingere, interpretare quel concilio e passi avanti sostanziosi se ne sono fatti ben pochi. Il samaritano è rimasto una parabola di Gesù; molto meno un paradigma della prassi dei cristiani se non a tratti, facendo un passo avanti e due indietro o di lato. C’è stata fatica anche a capirsi tra popolo fedele e istituzioni clericalizzate.

Nell’ascolto delle donne e nel liberarsi dagli abusi. Papa Francesco ha dedicato l’intero pontificato a una nuova partenza; non per lidi sensazionalistici ma evangelici, convinti che quel samaritano – ammirato e poco imitato – resti l’immagine sintetica di come incarnare i due grandi comandamenti dell’amore: verso Dio e verso il prossimo. Perché Dio è amore e lo si onora amando gli altri specialmente poveri e fragili. Francesco intende portare l’intera Chiesa – non solo avanguardie cristiane – al fianco dei poveri per inaugurare una vita di fraternità ritrovata dove tutti abbiano il necessario anziché tanti la fame, l’abbandono, il disprezzo e pochissimi possano godere il tanto con lo spreco. L’ultimo tentativo di attestare la Chiesa cattolica sulle rive del samaritano è il sinodo in corso”.

Come Bettazzi invocava la Pace

“Per uscirne non servono più armi ma una verità e una sincerità che fa male all’anima non meno delle bombe. Con la differenza che la verità e l’amore ferendo risanano, le bombe uccidono e non risolvono. Sarebbe interessante non solo come sfida intellettuale ma come sfida esistenziale ascoltare due interventi del vescovo Luigi Bettazzi quasi centenario ma lucido e coerente sulla guerra tra Russia e Ucraina. Sanzioni sì, accoglienza ai profughi sì, intervento militare comunque presentato, no. “Semplicemente perché non è ragionevole”, sosteneva un mese dopo l’inizio dell’aggressione di Putin. “Persino al di là delle pur sempre chiare ragioni di carattere etico, non v’è chi non veda come qualsiasi apporto militare, non possa che condurre ad altri passi verso l’orlo del precipizio”.

Questo scriveva sulla guerra dalle nostre colonne Di Cicco, appena pochi mesi fa.

“La non violenza è l’unica via possibile per la pace. Lo stop al proliferare degli armamenti è l’unica cosa “logica” per prevenire guerre future. Dopo lo scioglimento del Patto di Varsavia, si sarebbe dovuta ridimensionare anche la Nato: invece ha cercato di ampliarsi fino a lambire, con l’Ucraina, i confini della Russia”. Questo ragionare fa gridare allo scandalo quanti – forse a loro insaputa – continuano a declinare il mantra della necessità del sistema militare-industriale che regge l’instabile equilibrio mondiale. Putin non è giustificato – sostiene Bettazzi – ma è stato sollecitato da noi. Senza fare tutti un passo indietro per ripartire col piede giusto, dalla guerra non se ne esce bene per nessuno.

Il suo pensiero in merito il vescovo Luigi lo ha precisato con una sintesi mirabile di 10 righe lo scorso febbraio a un convegno di Pax Christi. “A un anno dall’inizio della guerra quel che osservo è che tutti siamo per la guerra perché anche se, come diceva papa Giovanni che la guerra è una pazzia e papa Francesco ripete che è una follia. È una follia sia la guerra di attacco sia la guerra di difesa. È sempre guerra. E abbiamo la mentalità che una guerra si possa vincere soltanto con un’altra guerra. Quello che ci manca è la mentalità della nonviolenza. La pace arriva soltanto attraverso la nonviolenza. Una guerra provoca una guerra e quella un’altra guerra”.

Dopo aver citato l’esempio positivo di Gandhi e Luther King, aggiunge: “È vero che sono morti perché la nonviolenza disturba i violenti e i violenti uccidono i non violenti, a cominciare da Gesù che insegnava la nonviolenza e lo hanno ucciso proprio per quello, perché disturbava i potenti civili e religiosi del suo tempo. Gandhi diceva di aver imparato la nonviolenza anche dal Vangelo, ma non si era fatto cristiano perché aveva visto quanti pochi cristiani in questo campo mettono in pratica il Vangelo. Sembra di accettare il male ma è l’unico modo di portare il violento a capire che non può con la violenza dominare gli altri…Bisogna studiare i modi per la nonviolenza specialmente noi cristiani. Credo che sia una riflessione che dobbiamo fare e una educazione che dobbiamo farci, noi cristiani per primi, ma tutti gli uomini.

Soltanto quando si arriverà a delle resistenze nonviolenti si sarà sul cammino della pace”. E pensare che queste cose le diceva un vescovo che appariva gioioso, quasi scherzoso. Non mi è mai capitato un interlocutore che mi chiedesse come mai quel vescovo sapesse creare e raccontare tante barzellette. Ne procurò tantissime anche al comico Gino Bramieri per le sue performance televisive domenicali. Era lo stesso vescovo Luigi che pregava tanto, con parole di silenzio; passava tanto tempo nel silenzio davanti al silenzio di Gesù eucaristia, memoriale della Pasqua di risurrezione, come aveva appreso alla scuola spirituale di Charles De Foucauld, il militare convertito nel deserto dell’anima, oggi santo, senza aver spintonato nessuno”.

Ma sono davvero ricchi di spunti i suoi scritti per l’Osservatorio. Le analisi sui discorsi e sull’operato del presidente Sergio Mattarella e dell’ex premier Mario Draghi verso i quali riconosceva un idem sentire cattolico. Una missione civile e sociale.

Speriamo che questo piccolo nostro archivio, a disposizione di tutti, possa essere un tesoro condiviso.

Per non perdere memoria delle battaglie ideali di Carlo.

Sono queste il suo vero lascito.

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