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[Lo scenario] Ora corriamo un grande rischio: perdere Draghi sia al Colle che a Chigi

Il grande rischio che si corre dentro l’una quirinalizia per eleggere il nuovo Capo dello Stato è quello di bruciare Draghi.

Un rischio che i mercati internazionali, la Ue e tutti gli osservatori esterni alla politica italiana cominciano a percepire come reale, dopo che il primo giorno di voto per il Colle si è tradotto in un nulla di fatto che – al netto di incontri di apparente disgelo tra i leader – non ha prodotto molto altro.

I retroscena dei principali quotidiani italiani raccontano che Enrico Letta, segretario del Partito Democratico ora sia davvero molto preoccupato per lo stallo in corso.

Perdere Draghi

«Il nostro Paese non può permettersi di dire al mondo che non riesce a tutelare Draghi, la sua figura più prestigiosa, che si tratti di Palazzo Chigi o del Quirinale», avverte Letta. 

Il danno d’immagine per un’Italia ancora in affanno, che pero sta dando chiari segnali di ripresa grazie al lavoro e all’autorevolezza del presidente del Consiglio, potrebbe essere irreparabile, si ragiona al Nazareno.

Occorre proseguire nel tentativo di costruire un percorso che «preservi Draghi e al tempo stesso la legislatura», sostiene Letta. 

Perché andare a elezioni adesso, con il Pnrr da attuare e la pandemia ancora da sconfiggere, sarebbe «un vero disastro». 

Netto il commento del notista politico di Repubblica Stefano Cappellini.

“Salvini non reputa adeguato il prezzo del suo sostegno al premier. Il problema, per Draghi, è che si tratta di un prezzo che l’ex governatore della Banca centrale europea non può proprio pagare, dato che secondo la Costituzione non si possono assegnare da Palazzo Chigi ministeri di un futuro governo, magari dopo aver deciso a chi assegnare il ruolo di presidente del Consiglio. Il Draghi presidente del Consiglio dovrebbe verbalizzare la formazione del nuovo esecutivo affidando al Draghi presidente della Repubblica il compito puramente notarile di ratificarlo e insediarlo. Una sgrammaticatura, a dir poco, che è figlia della situazione eccezionale e del groviglio istituzionale in cui è precipitata la legislatura più pazza della storia repubblicana” scrive su Repubblica.

L’inedita ambizione del premier

“Un groviglio, anche questo è innegabile – chiosa Cappellini – a cui ha contribuito l’inedita ambizione di un premier in carica di trasferirsi al Quirinale, forse equivocando le conseguenze politiche della formula di unità nazionale: oggi è proprio l’asset che avrebbe dovuto garantirgli un sostegno ampio e trasversale per l’elezione a capo dello Stato a essere diventato l’handicap principale”.

Chiudere o aprire

“Quello di non averlo nei prossimi mesi né a Palazzo Chigi né al Quirinale è un rischio concreto che ora dopo ora inizia a prendere forma con estrema chiarezza all’interno dello scacchiere parlamentare” sostiene Claudio Cerasa direttore del Foglio, dalle colonne del suo giornale.

“E il fronte politico desideroso di non spostare Draghi da Palazzo Chigi sa fin troppo bene che l’evoluzione della competizione quirinalizia è arrivata a un punto di non ritorno tale che dire di no a Draghi al Quirinale significa sfiduciare di fatto l’attuale presidente del Consiglio. 

Eppure sostiene Cerasa, “l’attuale premier può essere per l’Italia il garante giusto per coprire le spalle alla politica e per dare ai partiti la possibilità di rigenerarsi riappropriandosi dei propri spazi sapendo che l’eventuale promozione di Draghi al Quirinale non sarebbe, come si dice, una scelta di sistema ma sarebbe una scelta che in prospettiva garantirebbe protezione al sistema politico. Tecnica al servizio della politica, non politica ostaggio della tecnica. La scelta dei partiti oggi in fondo è tutta qui: chiudere in fretta la parentesi di Draghi o scegliere di allungarla per altri sette anni”.

Il fattore Debito e il rischio Quirinale

“Il debito pubblico che grava sul Paese e che, a stime correnti, ha raggiunto la terrificante somma di 2.694 miliardi di euro (novembre 2021)” commenta l’ex magistrato esperto di cosa pubblica Domenico Cacopardo in un suo intervento su Italia Oggi.

“I titoli emessi dallo Stato ammontano a euro 2.236.302,78, in relazione ai quali abbiamo pagato 61,7 miliardi (novembre 2021) per interessi e 66,6 (31 dicembre 2021). Il costo di emissione di questi titoli di debito italiano è passato dallo 0.59% del 2020 allo 0,10% del 2021. Anche se parliamo di numeri frazionali, dobbiamo sottolineare che nel 2021 i costi di emissioni si sono ridotti a 1/6. Per quest’anno, il programma di governo prevede che il rapporto Pil-debito pubblico si attesti sul 149,4% (in Francia il 113,5% in Germania al 71,1). Lo spread tra titoli italiani e tedeschi è oggi di 141 punti (i titoli spagnoli pagano uno spread di 74 punti). Questi, in sintesi estrema, i numeri italiani quelli che costituiscono il «Fattore D» (D come debito, secondo la felice definizione di Sergio Fabbrini su Il Sole 24 Ore) condizionante di ogni scelta di politica economica e sociale del bel Paese e altresì di ogni scelta di quadro politico, come l’elezione del presidente della Repubblica”.

“in queste ore cruciali, tutti dovrebbero muoversi con cautela, sapendo che la platea degli spettatori non è composta solo da italiani, ma da una più ampia schiera di osservatori di tutto il mondo, da Wall Street a Shangai, da Bruxelles a Londra, da Tokyo a Mosca. E la cautela imporrebbe di non giocare con i nomi, ma di gestire in modo autorevole e riservato i rapporti tra i partiti. Se il «Fattore D come Debito» è condizionante -ed è doveroso rendersene conto per evitare di trasformarlo in «D come Disastro», il «Fattore D come Draghi» rappresenta un’opportunità che non deve essere tralasciata” conclude Cacopardo.

Il grande equivoco

“Qui c’è un equivoco di fondo – scrive Aldo Cazzullo sul Corriere – E’ evidente che i partiti (con qualche eccezione) Draghi non lo vogliono. Eppure in queste settimane non hanno cercato seriamente una personalità in grado di tenere insieme l’attuale maggioranza. Draghi ha mostrato, magari commettendo qualche errore, di essere disponibile per il Quirinale. Se i partiti valutano che sia la candidatura migliore, in grado di garantire gli alleati europei, i mercati e pure i vincitori delle prossime elezioni politiche, non sarà impossibile trovare un’intesa per un gover no di fine legislatura. Se invece i leader preferiscono accordarsi su un nome di alto livello, che consenta a Draghi di restare a Palazzo Chigi senza che ne risentano il suo prestigio e la sua autorevolezza, lo facciano adesso. Non per fretta; per rispetto degli italiani e di se stessi. Sarà l’unico modo per mostrare all’opinione pubblica che l’attuale sistema ha ancora un senso, e resta preferibile far scegliere il capo dello Stato ai grandi elettori piuttosto che ai cittadini”, conclude Cazzullo.
 
Sperare nella trattativa

Dopo giorni e giorni di incomunicabilità – commenta Marcello Sorgi su La Stampa – si tratta sul serio. Il clima è cambiato. Nessuno parla più di “rivincite”, “muro contro muro”, “diritti di prelazione” . Al dunque, il passaggio dall’aria avvelenata della vigilia di questa tornata di votazioni per il Colle a quello più costruttivo – e più politico – del primo giorno di scrutinio, sta in questo: tutti concordano sulla necessità di essere più responsabili, di trovare un compromesso, di smetterla di fare i capricci.

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