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[L’intervento esclusivo] Piero Lionello (docente Università del Salento): «Il Mediterraneo sarà l’hotspot del cambiamento climatico. Ci attendono alluvioni, ondate di calore, siccità e inondazioni»

Piero Lionello, climatologo e docente all’Università del Salento, ha rilasciato un intervento in esclusiva all’Osservatorio Economico e Sociale Riparte l’Italia in occasione del webinar dal titolo “Dalle Alpi al Mediterraneo, come impatta il cambiamento climatico”. L’evento è stato moderato da Carlo Cacciamani, direttore dell’agenzia ItaliaMeteo, e ha visto come ospite anche Elisa Palazzi, climatologa e docente all’Università di Torino; e Antonello Pasini, climatologo e ricercatore per il CNR.

Credo che il tema dell’acqua sia uno dei più rilevanti nel Mediterraneo; quindi, vorrei affrontare con il professor Piero Lionello il tema della scarsità della risorsa idrica.

«Ecco una sintesi dell’IPCC per il Mediterraneo, Working Group 1, che indica la criticità dei cambiamenti climatici che avranno luogo in questa area. Per molti aspetti legati alle caratteristiche di questi cambiamenti e alla vulnerabilità delle società e degli ecosistemi, il Mediterraneo viene considerato un hotspot del cambiamento climatico. Si può vedere una rappresentazione grafica di come questi cambiamenti – in termini di precipitazioni intense, ondate di calore – impatteranno sul Mediterraneo. Come associato in alcune zone un aumento delle inondazioni prodotte dai fiumi, ondate di calore – dobbiamo ricordare nel 2003 circa 30.000 morti in Europa – e scarsità di risorse idriche, con potenziali effetti negativi su raccolti e popolazione, e anche incendi».

«Cosa si intende per scarsità di risorse idriche, aridità e siccità? Per aridità si intende le condizioni climatiche che abbiamo nei deserti e nelle steppe. Il cambiamento climatico indica uno spostamento verso il nord delle zone aride, dal Nord Africa sulla parte meridionale dell’Europa. Per siccità invece si intendono degli eventi caratterizzati da scarsezza di acqua. Questo, però, può avere vari connotati. Si può avere semplicemente assenza di precipitazioni – siccità meteorologica. Si può avere scarsità di acqua nei fiumi, nei lagni e nelle riserve idriche – siccità idrologica. Oppure si può parlare di scarsità di acqua nel terreno. Il terreno diventa secco».

«Sono aspetti collegati ma distinti. Una siccità meteorologica è innescata da un’alterazione dei regimi meteorologici, dal passaggio di cicloni nell’area mediterranea o di altri eventi anche di dimensioni inferiori, che producono precipitazioni. Una siccità colturale o ecologica, cioè assenza di umidità nel terreno è prodotta da un’assenza di precipitazioni ma anche dall’aumento di evaporazione».

«L’aumento di evaporazione su un certo tipo di terreno è una certezza del cambiamento climatico, perché è collegato all’aumento della temperatura. All’aumentare della temperatura aumenta anche la capacità dell’atmosfera di assorbire l’umidità del suolo. La scarsità di acqua nei serbatoi è determinata dall’assenza di precipitazioni, dall’aumento dell’evapotraspirazione, ma può anche determinata da cause non climatiche, quale l’eccesso d’uso delle risorse idriche, sia per vari settori produttivi, sia per l’agricoltura».

«Cosa ci si aspetta nel futuro del Mediterraneo in termini di precipitazioni? Ci si aspetta una diminuzione. È una cosa su cui i modelli hanno un notevole consenso. Una diminuzione delle precipitazioni che ha dei connotati diversi nella stagione invernale e nella stagione estiva. Durante la stagione invernale, la diminuzione occupa la fascia centrale del Mediterraneo, mentre il bordo settentrionale della regione è soggetto o a un lieve aumento o a nessun cambiamento significativo. Durante l’estate, invece, quello che avviene è che le diminuzioni occupano tutta la parte superiore del Mediterraneo. La parte inferiore rimane già secca durante la stagione estiva. L’aspetto piacevole dell’estate mediterranea che la rende anche molto attraente dal punto di vista turistico».

«In alcune zone delle Alpi, invece, la precipitazione è molto intensa durante la stagione estiva, ci sono addirittura dei massimi annuali in certe aree del nord-est. Di conseguenza questa diminuzione è estremamente importante per queste aree. Mentre questa precipitazione è drammatica per questa parte centrale del Mediterraneo, perché la stagione estiva è secca e in questa stagione quelle aree del mediterraneo accumulano le risorse idriche che poi verranno utilizzate per tutto l’anno».

«Una conseguenza di questa, combinata al riscaldamento, è la diminuzione dell’acqua nei bacini fluviali, nei fiumi, nei serbatoi. Questa diminuzione dipende tantissimo dal riscaldamento globale. Si passa da un valore quasi trascurabile su grand parte dell’Europa e del Nord Africa, nel caso che si contenga il riscaldamento globale al di sotto del grado e mezzo; fino a una zona che vede diminuzioni fino al 100% in una parte sostanziale della regione. Il messaggio qui è che questo cambiamento dipende molto dall’intensità del riscaldamento globale».

«All’aumentare del riscaldamento di 1, 2, 3 o 4 gradi aumentino i rischi. Questi grafici vengono chiamati “tizzoni ardenti” e il colore intenso indica il livello di rischio. Qui c’è il Mediterraneo, l’Europa del Sud, e qui c’è quello che avviene nel caso che ci sia adattamento e nel caso che non ci sia adattamento. Quindi, con un efficiente adattamento, per livelli moderati di riscaldamento, i rischi diminuiscono. Ma non nel caso in cui il riscaldamento sia intenso. Infatti è possibile adattarsi alla diminuzione delle risorse idriche e da un lato l’adattamento si può basare su strutture che assicurino la disponibilità e la fornitura di risorse idriche: serbatoi grandi, o il trasporto di risorse idriche da zone dove sono abbondanti a zone dove sono scarse».

«Da un lato si può fare molto sui risparmi delle risorse idriche, sia per l’agricoltura, sia per gli usi industriali, sia per gli usi sociali. Si può ottenere molto con il risparmio. Ovviamente questo adattamento ha un limite nel caso in cui il riscaldamento sia a un livello molto alto, di 3 o 4 gradi di riscaldamento globale. Gli ecosistemi, dal punto di vista dell’adattamento, si trovano in maggiore difficoltà. [Il grafico] mostra la percentuale di specie che si troverebbero a rischio di estinzione. È evidente che per gli insetti un riscaldamento di 3 gradi porterebbe, in gran parte del Mediterraneo, porterebbe le specie attualmente esistenti al di fuori delle condizioni in cui sono abituate a vivere. Gli ecosistemi sono al di fuori del loro range naturale».

«Anche qui si possono fare delle strategie di adattamento, consentendo la migrazione verso aree più adatte e diminuire altre fonti di stress, come l’eccessivo o l’errato uso del territorio. Però qui c’è un chiaro limite nella possibilità dell’adattamento. Per cui per conservare gli ecosistemi come li conosciamo ora è fondamentale la mitigazione, cioè la riduzione della grandezza complessiva del cambiamento climatico».

Non possiamo non parlare del problema del mare e di quali sono e implicazioni del cambiamento climatico anche dal punto di vista del rischio marino e costiero.

«Il livello del Mediterraneo è aumentato. È aumentato di un po’ più di un millimetro all’anno, circa 13-14 centimetri nello scorso secolo, ed è accelerato. L’accelerazione si è verificata a partire dalle ultime decadi del XX secolo. Spagna, Francia, Italia, Tirreno e Adriatico condividono una tendenza positiva superiore ai 12 centimetri per secolo. Di questo si vedono già gli effetti, nel Mediterraneo e nel resto d’Europa, in termini di erosione costiera. A livello locale, l’erosione di una singola spiaggia dipende da vari fattori, non solo l’aumento del livello del mare. Dipende anche da vari interventi di ingegneria costiera, o la diminuzione d’apporto di sedimenti nei fiumi. Però l’andamento complessivo generalizzato è di erosione e questa è una conseguenza dell’aumento del livello del mare».

«Un altro degli esempi ben noti dell’impatto che il livello del mare ha avuto è Venezia e la sua acqua alta. È una città iconica per molti aspetti e anche in termini di impatti dei cambiamenti climatici. [Grafico] Qui vedete l’aumento del livello del mare a Venezia a partire dal 1870, che ha raggiunto un valore complessivo ben superiore ai 30 centimetri. In rosso vedete la frequenza delle inondazioni severe, che chiaramente è aumentata nel tempo. [Grafico] In blu l’aumento dei casi di livello estremo rispetto al livello del mare, cioè quanto sarebbero stati i casi di inondazione se questo aumento non ci fosse stato. E vedete degli andamenti irregolari nel tempo, con grandi fluttuazioni dovute a quella che viene chiamata “variabilità naturale”, quella situazione per cui gli anni si succedono in modo regolare, come calore, venti e livello del mare».

«Quindi, questo aumento è dovuto all’aumento del livello del mare, che ha due componenti. [Grafico] Indica come anche altri effetti oltre l’aumento del livello del mare siano importanti per i rischi costieri. Comunque, il livello del mare è aumentato e continuerà ad aumentare. In uno scenario di intense emissioni è l’aumento del livello del mare fino 2150. Il mediterraneo seguirà il livello medio globale, le deviazioni se ci saranno saranno piccole».

«Quanto aumenterà? Questo è uno scenario estremo. Dipenderà da quanto intense sono le emissioni. In uno scenario di emissioni intense, se verranno adottate con successo strategie di mitigazione del cambiamento climatico, questo aumento diminuirà, anche se non diventerà completamente trascurabile. C’è da dire che uno potrebbe pensare che questo sia lo scenario più pessimistico che possiamo aspettarci. Un aumento superiore circa al metro alla fine del secolo».

«Purtroppo, non è così. Perché esistono meccanismi incerti e poco compresi legati allo scioglimento catastrofico delle calotte glaciali che potrebbe portare ad aumenti molto più marcati in tempi relativamente brevi. Cosa ci possiamo aspettare per il futuro? Per metà secolo ci si aspetta qualcosa compreso fra 15 centimetri e 30 centimetri, che non dipenderà molto dal livello di emissioni. Il mare aumenterà comunque di alcune decine di centimetri. Il diverso livello di emissioni farà la differenza a fine secolo, quando il range andrà da 0.3 a più di un metro, addirittura 1,4 metro. Farà ancora più differenza in un lontano futuro».

«Per il 2003 anche in uno scenario di emissioni modesto, uno scenario di cui la mitigazione del cambiamento climatico viene adottata con grande successo vede che ci si può attendere qualcosa comunque compreso tra mezzo metro e 3 metri. In uno scenario ad alte emissioni – però è praticamente certo – fra circa tre secoli, avremo più di 2 metri di livello medio del mare. Potremmo averne anche sette e non è escluso, se le calotte glaciali antartiche si sciogliessero velocemente, potremmo arrivare a valori di 7 o 15 metri».

«Questa è una minaccia estremamente seria. Con l’aumento del livello del mare, indipendentemente dall’intensificazione dei fenomeni meteorologici, ci sarà un aumento delle inondazioni costiere. [Grafico] Il livello superiore mostra l’inondazione massima che ci si attende una volta ogni cento anni. Questa inondazione implica una grande deviazione dal livello medio del mare. Il livello che raggiungerà alla costa, anche senza cambiare l’intensità meteorologica dell’evento, aumenterà molto se il livello stesso del mare aumenta. Questo ha delle conseguenze sulla probabilità di inondazione di molti centri costieri».

«C’è la necessità [nel caso illustrato nella slide precedente] di nuove strategie di difesa della costa, ma c’è anche il problema che le strategie attualmente pianificate potrebbero diventare inefficaci. Nel caso di Venezia, il grafico indica il tempo dal 2000 al 2003 in cui verranno raggiunti livelli critici. Nel caso in cui le emissioni abbiano valori moderati, uno scenario virtuoso dal punto di vista delle emissioni, oppure abbiano valori intensi. Sono considerati valori 50, 75 e 120 centimetri, che sono associati a delle certe necessità di chiusura delle bocche di porto che collegano la laguna al mare aperto».

«Per esempio, se il livello del mare aumentasse di 75 centimetri sarebbe necessario interrompere la connessione fra laguna e mare per circa 6 mesi all’anno. E questo potrebbe verificarsi anche in uno scenario ad alte emissioni, già all’inizio della seconda metà di questo secolo, con ragionevole certezza per la fine del secolo e sicuramente entro la seconda età del prossimo secolo. Ma anche nel caso in cui lo scenario di emissioni sia virtuoso, non è escluso che la necessità di chiudere la laguna 6 mesi all’anno avvenga già nella seconda metà di questo stesso secolo».

«All’aumento del livello del mare ci si può adattare. [Slide] qui vedete una rappresentazione delle varie strategie di adattamento che vanno dalla protezione al cercare di ottimizzare le attuali strategie con efficienti sistemi di allerta nel caso di inondazioni. All’abbandono della zona costiera oppure o soluzioni ecosistemiche, basate sull’utilizzo di sistemi naturali. Vengono indicati i pro e i contro».

«Le soluzioni ingegneristiche sono senz’altro efficaci, ma hanno la difficoltà di essere costose ed estremamente dannose nei confronti degli ecosistemi che alterano e a cui tolgono spazi. Early warning e altre strategie di aggiustamento hanno una scarsa efficacia, anche se hanno costi bassi e non danneggiano gli ecosistemi. Una soluzione estremamente efficace è l’abbandono delle zone costiere. Ha dei costi bassi, tutela gli ecosistemi, però ha un enorme svantaggio: grandi perdite socioculturali. I sistemi naturali senz’altro hanno costi bassi e hanno vantaggi perché non danneggiano gli ecosistemi. Però hanno efficacia moderata nel caso di un aumento marcato del livello del mare e in genere sono in conflitto con altri usi del territorio per attività umane. Non c’è una strategia che vada bene in tutte le circostanze ed è importante individuare a seconda delle situazioni la strategia più adatta».

Dove c’è la possibilità di agire per cercare di cambiare un po’ la direzione?

«Il mare non solo si alza ma diventa più caldo. È già diventato più caldo e diventerà più caldo. Questo pone dei problemi per i settori produttivi, acquacoltura ed ecosistemi. Potrebbe diventare molto più caldo. In uno scenario non estremo potremmo avere nel Mediterraneo, durante la stagione estiva, zone mediamente al di sopra dei 29 gradi, con importanti effetti sugli ecosistemi. Gli ecosistemi si possono adattare? Possiamo adattare l’utilizzo delle risorse a queste situazioni diverse? Senz’altro, si può fare. Però è importante essere consapevoli che ci sono limiti all’adattamento».

«L’unico esempio che voglio dare è quello delle barriere coralline, che permangono in stato di buona salute per diversi scenari di riscaldamento globale, senza adattamento e con adattamento. Nel caso uno scenario implichi un grande aumento di temperatura, senza adattamento o con adattamento, se questo aumento di temperatura superasse i 4 gradi si andrebbe alla perdita delle barriere coralline. Con un po’ di ritardo nel caso di adattamento, ma in ogni caso si andrebbe alla scomparsa delle barriere coralline. Però, se noi riusciamo a limitare di qualche grado il cambiamento di temperatura, allora con l’adattamento siamo in grado di tutelare la biodiversità e conservare per il futuro l’esistenza delle barriere coralline come le conosciamo ora».

«Il problema non è essere ottimisti o pessimisti, il problema è percepire l’urgenza dell’azione. Possiamo contrastare i cambiamenti climatici e creare una società con un livello di benessere superiore a quella in cui ci troviamo ora. È importante, però, affrontare con determinazione e con una visione a lungo termine i problemi da fronteggiare. Se vogliamo conservare la biodiversità, se vogliamo conservare degli standard di benessere sociale, di benessere ambientale, e anche migliorarli – possibilmente – rispetto a quelli in cui ci troviamo ora, è importante agire sia dal punto di vista della medicazione, sia dal punto di vista dell’adattamento».

«È importante mitigare il cambiamento climatico per contenerne la grandezza e adattarsi al cambiamento climatico in atto, per garantire settori produttivi, il nostro benessere, gli ecosistemi, i servizi che si forniscono. Il livello che c’è ora può essere addirittura migliorato. Non vedo il contrasto fra l’essere pessimisti o ottimisti, penso sia importante sottolineare l’urgenza dell’azione. Se prendere o no quest’azione dipende dai cittadini e dai decisori politici e delle loro priorità. Però il punto è che se vogliamo contrastare i cambiamenti climatici l’azione è urgente».

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