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L’Europa cerca un posto al sole | Lo scenario

A guardare i numeri, i vertici di Bruxelles avrebbero solo motivi per essere soddisfatti sul percorso di decarbonizzazione del continente.

Nel corso del 2023 è stato toccato un nuovo primato nella crescita di impianti fotovoltaici in Europa: i 56 Gw di nuova capacità installata hanno fatto segnare un +40% rispetto all’anno precedente.

Ma i numeri vanno anche interpretati.

Perché nonostante il record appena toccato, la Ue sta perdendo la sua ‘doppia battaglia’ sulla strada della transizione.

La prima, si legge su Affari&Finanza di Repubblica, è verso l’esterno: nonostante gli impianti solari siano in aumento, la crescita è ancora lontana dai numeri realizzati dalla Cina, leader mondiale del settore, dove l’anno scorso sono stati installati 216 Gw di potenza, quattro volte tanto rispetto all’Europa, con un salto in avanti del 50% sul 2022.

Ma non va bene nemmeno sul fronte interno: la crescita – se dovesse proseguire con queste medie – non sarà sufficiente per raggiungere l’obiettivo di ‘zero emissioni nette’ al 2050.

Come evidenziato dai report degli analisti, nonché dai commenti dei principali media economici, Bruxelles si trova davanti a un bivio: se vuole confermare i target per la riduzione della CO2 sarà costretta a sostenere la sua industria di pannelli solari.

Non solo con incentivi, ma rimangiandosi anche la scelta del 2018 di sospendere i dazi sulle importazioni di pannelli e componenti cinesi, decisi 5 anni prima al termine di una indagine per dumping contro i produttori di Pechino.

Sanzioni che erano state varate proprio per consentire agli operatori di accelerare sulle installazioni, approfittando dei prezzi convenienti dei prodotti cinesi.

In pratica, l’Unione europea – come rivelato dal Financial Times che ha citato funzionari della Commissione – dovrà tornare sui suoi passi, riaprendo una indagine sui prezzi stracciati dei prodotti cinesi alla conquista di quote di mercato, che potrebbe portare a nuove tariffe maggiorate per l’import dall’Asia o consentire incentivi alle industrie dei singoli Paesi senza che siano considerati aiuti di Stato.

Una battaglia che, sulla carta, appare quanto mai impari.

Lo dicono i numeri.

Al momento, in Europa viene prodotto solo il 3% dei pannelli utilizzati per le nuove installazioni.

Una delle fabbriche più grandi si trova in Italia, a Catania.

È controllata dal gruppo Enel, che secondo fonti finanziarie starebbe cercando un investitore che ne rilevi fino al 50%, nella sua politica di riduzione del debito.

Se ci fosse la possibilità di accedere agli incentivi per aumentare e sostenere la produzione, potrebbe anche cambiare idea.

Ma assieme agli aiuti economici, sarà ancora più importante per la Ue varare un progetto grazie al quale verranno aperti nuovi centri di produzione.

Del resto, l’Europa – che finora ha sostenuto una politica di apertura con poche limitazioni agli investimenti extra Ue – ha capito l’importanza di sostenere grandi gruppi a livello continentale in tutti i settori più avanzati, sia nelle nuove tecnologie sia nella transizione energetica.

Perché se così non fosse rischia di aumentare la dipendenza nelle forniture dai due grandi colossi dell’economia globale, Stati Uniti da una parte e Cina dall’altra.

E nel solare, in particolare, la Cina al momento non ha rivali.

Secondo un report di Wood Mackenzie, società specializzata in consulenza e ricerche sul tema energia, le aziende di Pechino saranno leader globale nel fotovoltaico anche per i prossimi dieci anni.

Secondo gli analisti, la Cina “produrrà più di un terawatt di capacità di wafer, celle e pannelli solari entro il 2024: una quantità sufficiente a soddisfare la quasi totalità della domanda globale fino al 2032”.

Secondo i dati dell’Aie (l’Agenzia internazionale dell’energia) la Cina controlla l’80% della produzione mondiale di pannelli, anche grazie alle somme investite per i suoi stabilimenti e per la ricerca di nuovi materiali (circa 130 miliardi di dollari nell’industria solare), grazie ai quali ha ampliato il divario tecnologico con gli altri Paesi per diventare il maggior esportatore mondiale nel fotovoltaico.

Gli investimenti hanno consentito alle imprese di Pechino di migliorare la qualità dei prodotti, cosicché ora non dispongono della sola leva del prezzo per aggredire i mercati esteri.

Il risultato, in ogni caso, è sempre lo stesso: un pannello cinese costa mediamente il 50% in meno rispetto a un prodotto europeo e il 65% in meno se confrontato a uno realizzato negli Stati Uniti.

Così stando le cose, l’Europa dovrà prendere decisioni in tempi brevi.

Secondo quanto si legge in un documento interno della Commissione europea, citato dall’agenzia Reuters, serviranno almeno 1.500 miliardi di investimenti all’anno in tecnologie non inquinanti per raggiungere il livello ‘zero emissioni nette’ entro il 2050.

Risorse che non arriveranno solo dal settore privato: anche la spesa pubblica farà la sua parte, coprendone almeno un terzo, arrivando ai 490 miliardi all’anno.

Per dare un’idea, una cifra superiore a quando l’Unione europea spende attualmente per i sussidi ai combustibili fossili.

Una parte di tutti questi fondi sarà destinato proprio alla creazione di un’industria del fotovoltaico che possa soddisfare la domanda crescente di pannelli all’interno della Ue.

Una domanda trainata dai nuovi obiettivi individuati da Bruxelles che ha appena innalzato gli obiettivi per arrivare a 320 Gw di nuove installazioni entro il 2025, con una crescita del 43% rispetto ai precedenti obiettivi fissati nel 2019.

E anche questo, tutto sommato, è un bell’incentivo.

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