[L’analisi esclusiva] La sensibilità di Francesco per la Cina e il colloquio formale tra Parolin e Pompeo. Sulla Cina il Vaticano resiste agli Usa. E l’accordo con Pechino per la nomina dei vescovi sarà rinnovato

Sulla questione cinese e sui rapporti da costruire con la Cina di Xi Jin Ping la Chiesa cattolica, l’istituzione globale più legata alla tradizione, guarda avanti, con l’esperienza positiva dei piccoli passi praticata con i Paesi comunisti nel secolo scorso. E questa capacità che, a proposito di Cina,  si conferma nell’attuale divergenza con gli Stati Uniti, trova la sua radice nel profondo della tradizione cristiana protesa all’escatologia, le ultime cose della storia, ma anche nel concilio Vaticano II.

Sarà bene per non girare a vuoto sulla Chiesa cattolica familiarizzare con la modernità di quel concilio. Le cancellerie dei Paesi – che abbiano o no rapporti diplomatici con la Santa Sede – possono trovano in quei documenti la chiave in trasparenza verso dove è diretta la diplomazia vaticana perfino nelle questioni più spinose di politiche internazionali. A una parte importante dell’Occidente conservatore oggi potrebbe apparire una spina l’insistenza con cui il Vaticano ribadisce la sua volontà di dialogo con Pechino.

La sensibilità di Francesco nei confronti della Cina, in linea con i suoi cinque predecessori degli ultimi 60 anni, si spiega anche con la sua formazione gesuitica: alla Cina i gesuiti fin dalle origini hanno dedicato singolari cure, nonostante le sofferenze raffinate patite anche prima dell’era maoista. L’attenzione odierna alla Cina è quasi un risarcimento per le fatiche missionarie e ai drammi sanguinosi dei cristiani che Martin Scorzese ripropone in Silence in forma sconvolgente. Francesco ha visto il film in anteprima come un’epopea eroica della Compagnia, ma anche strazio interiore cui la storia a volte sottopone la fede. Nessuno poi può ignorare la rilevanza di Matteo Ricci per capire la Cina  attraverso le dure rinunce che l’inculturazione ha richiesto al modo occidentale di vivere e diffondere il Vangelo.

La questione religiosa in Cina ha risvolti tremendi e affascinanti. Forse il segretario di Stato americano Mike Pompeo, ancorato a un modo di pensare la libertà religiosa come diritto dei soli cattolici, superato dal concilio, aveva sottovalutato la storia, le lacrime, il sangue di molti figli della Chiesa, che hanno portato la Santa Sede a siglare nel 2018 lo storico accordo con Pechino per la nomina dei vescovi. Pompeo avrà sottovalutato il valore di segno di quell’accordo per ridare fiato alla speranza di una cittadinanza diversa per i cristiani cinesi. La Chiesa ha dietro e davanti a sé secoli e non le brevi stagioni dei governi democratici. E’ quindi accaduto il prevedibile. Nel timore che potesse essere una manovra elettoralistica per le imminenti presidenziali di novembre e favorire Trump, il viaggio del segretario di Stato americano in Europa non ha potuto includere un colloquio con Francesco.

Tuttavia ha potuto avere un incontro consistente con il cardinale Pietro Parolin segretario di Stato e con l’arcivescovo Paul Richard Gallagher, ministro degli esteri della Santa Sede. Per prassi consolidata la Santa Sede definisce sempre “cordiale” i colloqui diplomatici. Anche quello con Pompeo.

“Le parti – ha informato il direttore della sala Stampa Vaticana – hanno presentato le rispettive posizioni riguardo i rapporti con la Repubblica Popolare Cinese, in un clima di rispetto, disteso e cordiale. Si è parlato, inoltre, di alcune zone di conflitto e di crisi, particolarmente il Caucaso, il Medio Oriente e il Mediterraneo Orientale”.

 A Mike Pompeo per capire quanto azzardato e disperato fosse il suo tentativo di arruolare il Vaticano nel club degli anticinesi, sarebbe stato utile oltre  che ascoltare le sirene della parte più conservatrice dei cattolici americani, leggersi qualcuno degli interventi del cardinale Parolin  riguardo la Cina. Più volte il cardinale segretario di Stato è intervenuto sull’argomento con interviste e discorsi.

Tra i più significativi  è stata una sua riflessione letta alla conferenza internazionale all’Università Cattolica del Sacro Cuore che aveva come tema “Speranze di pace tra Oriente e Occidente” negli ultimi 100 anni di storia.

Il 14 maggio del 2019 Parolin tenne un excursus sul pensiero dei papi a proposito dell’unità della famiglia umana da Benedetto XV – quello che bollò la prima grande guerra come inutile strage – a papa Francesco. A ben vedere l’unità della famiglia umana rappresenta un postulato della Chiesa cattolica e della diplomazia vaticana nella quale esiste la categoria del nemico e del diverso.

Il cardinale a conclusione dell’intervento poneva un paragrafo dedicato a uno “sguardo verso la Cina” che resta oggetto del grande sogno cattolico per il Terzo Millennio.

“In questa prospettiva Oriente-Occidente – rileva Parolin –  si inseriscono anche gli sviluppi del rapporto con la Cina durante l’attuale pontificato, che hanno portato alla stipula di un Accordo Provvisorio sulla Nomina dei Vescovi, firmato a Pechino il 22 settembre 2018. Proprio perché ispirato da motivi pastorali, l’Accordo guarda in primo luogo alla vita della Comunità cattolica in quel grande Paese e, di riflesso, incoraggia la Cina ad un dialogo sempre più aperto e collaborativo in favore della pace come destino comune della famiglia umana”.

E richiamava un’intervista di Francesco ad Asia Times. “È una grande sfida – secondo papa Bergoglio – mantenere l’equilibrio della pace […]. Il mondo occidentale, il mondo orientale e la Cina hanno tutti la capacità di mantenere l’equilibrio della pace e la forza per farlo. […]. L’incontro si ottiene attraverso il dialogo. Il vero equilibrio della pace si realizza attraverso il dialogo. Dialogo non significa che si finisce con un compromesso, mezza torta a te e l’altra mezza a me. È quello che è accaduto a Yalta e abbiamo visto i risultati. No, dialogo significa: bene, siamo arrivati a questo punto, posso essere o non essere d’accordo, ma camminiamo insieme; è questo che significa costruire”.

“Sono parole ispirate – assicura Parolin – a quella che si potrebbe definire una “geopolitica della fraternità”, incentrata sul rispetto delle identità e sul coraggio dell’alterità. Il Papa invita così ad evitare che nella Comunità internazionale insorgano nuove forme di “guerra fredda” ed esorta tutti a considerare il mondo intero come un bene comune, da condividere e conservare, affrontando insieme i problemi.

Lo stesso cardinale Parolin, nell’agosto 2016 rifletteva che “molte sono oggi le speranze e le attese per nuovi sviluppi e una nuova stagione nei rapporti tra la Sede Apostolica e la Cina, a beneficio non solo dei cattolici nella terra di Confucio, ma dell’intero Paese, che vanta una delle più grandi civiltà del pianeta”. E quando è stato firmato l’Accordo ha sottolineato che tale firma, oltre che importante per la vita della Chiesa cattolica in Cina, lo era anche per il dialogo tra la Santa Sede e le Autorità civili di quel Paese e “per il consolidamento di un orizzonte internazionale di pace, in questo momento in cui stiamo sperimentando tante tensioni a livello mondiale”.

Oggi, dopo l’Accordo con pechino, per la prima volta dopo tanti decenni, tutti i Vescovi in Cina “sono in comunione con il Successore di Pietro e molti Cattolici pongono gesti di riconciliazione che aiutano a ricomporre l’unità tra Vescovi, sacerdoti e fedeli. Ciò che sta avvenendo ora nella Chiesa in Cina scaturisce infatti dalla forza di una comunione che è davvero cattolica, e cioè universale, e da cui viene anche una spinta alla fratellanza tra i popoli.

La sempre più feconda integrazione dei Cattolici cinesi nella Chiesa universale e il cammino di riconciliazione tra fratelli avviato negli ultimi anni costituiscono certamente una novità di portata storica, di cui nel tempo beneficeranno in molti, non solo in Cina. Infatti, l’auspicio del Santo Padre Francesco e dell’intera Chiesa cattolica è che tutto ciò possa contribuire, con l’aiuto di Dio, all’edificazione di un mondo più giusto e fraterno, ove l’armonia tra i popoli e le nazioni possa davvero contribuire alla causa della pace e all’unità della famiglia umana”.

Una linea chiara riassunta, infine, da Parolin la vigilia dell’incontro con Pompeo, in risposta a domande dei giornalisti sui rapporti con la Cina, a margine del simposio promosso dall’Ambasciata degli Usa presso la Santa Sede. La Santa Sede – ha ribadito il cardinale – crede nella politica dei piccoli passi e che l’accordo sulle nomine dei vescovi è un passo avanti anche per una maggiore libertà religiosa. Quindi ha dichiarato che non è opportuno utilizzare il tema dell’accordo tra Santa Sede e Cina per fini elettorali interni, negli Stati Uniti.

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