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[L’analisi] Ecco perché Milano cresce a dismisura e si allontana (sempre di più) dal resto d’Italia

Lo scorso settembre Condè Nast Traveller ha pubblicato un articolo dal titolo “le migliori destinazioni per le vacanze in dicembre”,  dedicato ai viaggiatori londinesi. Sono elencati 27 luoghi in tutto il mondo, dalle Maldive all’Uganda. All’ottavo posto, scrive MF-Milano  Finanza, compare Milano e solo qualche anno fa sarebbe stato impensabile trovare il capoluogo lombardo tra le mete da visitare accanto all’isola caraibica di St Barth’s o prima di Miami e del parco di Yellowstone.

Certo, anche se essere considerata “migliore destinazione” dice molto del lavoro che Milano ha fatto in questi anni sulla sua immagine, non basta un articolo a dare la dimensione di un trend. Ma a ben guardare, moltissimi dati, peraltro diversi tra loro, mostrano come la città oggi guidata da Beppe Sala, che più di altre ha sofferto delle chiusure da pandemia, abbia ripreso la sua corsa.

Che a Milano ci sia qualcosa di diverso dal resto d’Italia è emerso in maniera evidente anche nelle recenti elezioni politiche: i risultati all’interno della città metropolitana (ossia città e provincia) sono stati completamente differenti da quelli nazionali. Balzava agli occhi, impossibile non interrogarsi sul perché di un voto così anomalo. Come sempre in questi casi rispondere è complesso, i fattori sono tanti e non per forza tutti positivi. Nel report di giugno sulla città redatto da  Oxford Economics emergono alcune criticità sulla velocità di ripresa della città, ma nonostante questo i numeri riportati, senza alcun tono enfatico, mostrano una differenza notevole di Milano, non solo dal resto d’Italia.

Tra i “city structural indicators” si segnala il pil pro capite che è di quasi 56 mila euro contro la media di 30 italiana e di 40 europea mentre la produttività sfiora i 90mila euro contro i 70mila italiani e i 72mila europei. In parallelo il tasso di disoccupazione è tra i più bassi in europa (5,9%) quasi la metà di quello italiano (9,9%) e inferiore alla media Ue del 7,2%.

Interessante ad esempio il dato sugli stranieri in città (foreign-born population) che a Milano sono il 15,1%, quasi il doppio della media nazionale dell’8,7% e vicino al 20,4% che è la media europea. Ci sono città, e lo ricorda anche Oxford Economics, che fanno meglio di Milano, come Londra o Parigi, che però sono capitali, e quindi difficilmente comparabili con il capoluogo lombardo che in realtà ha tra i principali competitor, considerando appunto le città non capitali, Barcellona o  Amsterdam, quest’ultima è in perenne sfida con Milano nell’attrarre sedi di multinazionali straniere.

Molti dei dati citati riguardano l’aspetto economico, sul quale Milano gioca una sorta di vocazione ormai consolidata. Ma ad esempio la città è risultata la prima in Italia anche nel Sustainable Cities Index di Arcadis del 2022 che valuta 100 comuni a livello mondiale sulla base di tre pilastri: Persone, Pianeta e Profitto, con Milano che compare tra le prime  20 proprio per l’aspetto Pianeta, un dato su cui pesa l’alta efficienza energetica di molti edifici. La valutazione sulla sostenibilità degli edifici apre a un altro aspetto chiave della città, quello immobiliare che è ormai diventato elemento caratterizzante di Milano.    

Il mercato uffici fa storia a sé in Italia, ma in generale la richiesta rimane altissima, gli edifici disponibili sono pochi rispetto alla domanda e quindi i costi di acquisto (o di affitto) continuano a rimanere elevati.  E così, se il fatto che Milano è sesta al mondo tra le città più cercate su Google è semplicemente una notizia curiosa, il fatto che sia la città più cara in Italia è anche un problema. Il settore del real estate, con la sfida al grattacielo più alto, la ricerca della sempre maggiore sostenibilità, con ettari di nuovi parchi e decine di studentati in costruzione e’ da un lato la testimonianza di una ricerca d’eccellenza da parte della città, ma dall’altra rischia per trasformare Milano in un gigantesco club esclusivo, facendole perdere un po’ l’anima. Una sfida, appunto, perché è evidente che la dinamica dei prezzi deriva da richieste in aumento.

Come dire, se da un lato si lavora per rendere sempre più attrattiva la città, dall’altro si dovrà probabilmente affrontare la storica dinamica tra domanda e offerta. E che Milano abbia scientemente lavorato sul suo brand e sulla attrattività è evidente. Basti pensare che è l’unico comune in Italia che ha incaricato una società, Milano & Partners, guidata da Luca Martinazzoli, della promozione della città, con l’obiettivo di attrarre nuovi visitatori, talenti e investimenti. “Milano è riuscita ad andare oltre la moda e il design, che sono storicamente punti forti della città”, commenta Martinazzoli. “Oggi l’università è diventata una vera industria, che impiega molte persone e porta 200.000  persone ogni anno. Il turismo che prima era solo business sta diventando anche leisure”.

Tra gli obiettivi di crescita ci sono anche il mondo delle  scienze della vita, come dimostra il progetto dello Human Technopole  all’interno del quartiere Mind e quello del fintech, come dimostra la  recente evoluzione di Satispay allo status di unicorno, status che  probabilmente spetta anche a Bending Spoons. “La domanda è quanto vogliamo essere ambiziosi? Perché si può fare sicuramente molto di più”, commenta Martinazzoli.  

Nel novembre del 2019 MF-Milano Finanza prendendo come riferimento l  classifica mondiale di Interbrand sui 100 marchi piu’ importanti di  quell’anno, aveva ipotizzato per il brand Milano un valore tra 15-20  miliardi. E oggi? “Probabilmente e’ piu’ alto, anche se e’ difficile dire  quanto”. In sostanza, se il voto nazionale del 25 settembre e’ stato  interpretato come un voto anche di protesta, forse si capisce perche’  l’esito elettorale a Milano e’ stato completamente diverso. Con tutti i se  e ma del caso, forse perche’ a Milano si sta bene e ci sono meno occasioni  di protesta.  

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