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L’agiatezza ha reso i giovani sempre più fragili | L’analisi di Luca Ricolfi

Sul Messaggero il sociologo Luca Ricolfi confessa di essere sempre rimasto perplesso, nel corso della sua carriera di studioso, dall’uso ossessivo e ripetitivo dell’espressione “disagio giovanile” per descrivere la condizione dei giovani dagli anni della contestazione in poi.

Con il passare del tempo – continua – la perplessità si è progressivamente tramutata in stupore, e alla fine in un sentimento di incredulità.

Questo perché, se prendiamo in considerazione il cinquantennio che va dal 1969 (anno dell’esame di maturità facilitato e della liberalizzazione degli accessi all’università) fino al 2019, ossia all’ultimo anno prima del Covid, quello che ci è dato osservare è, semmai, il processo inverso: la instaurazione progressiva di condizioni materiali e immateriali sempre più agiate.

Dalla libertà sessuale, incomparabilmente maggiore oggi, al lavoro (si è allungato di circa 5 anni il periodo della vita in cui se ne può fare ameno), fino al servizio militare, abolito vent’anni fa da un governo di destra.

Insomma, almeno a prima vista, nei decenni in cui illustri colleghi rilasciavano pensose riflessioni sul “disagio giovanile”, la società spensieratamente evolveva per mettere sempre più a suo agio la maggioranza dei giovani.

Tuttavia, si assiste oggi a una vera e propria esplosione di comportamenti che manifestano una condizione di reale disagio e malessere.

E c’è sicuramente un nesso, secondo Ricolfi, fra il disagio di oggi e gli agi dei 50 anni precedenti: la cifra del cinquantennio felice 1969-2019 è stata la rimozione sistematica e progressiva di ogni possibile ostacolo, nella famiglia, nella scuola e nella società, e la piena affermazione della cultura dei diritti, ovvero dell’attitudine a pretendere piuttosto che a conquistare.

Questo ha reso i giovani non solo più fragili e impreparati ad affrontare difficoltà, sconfitte, sfide difficili, ma anche più insicuri, più suscettibili, più in competizione reciproca (anche grazie ai social), e in definitiva meno capaci di perseguire la felicità esistenziale.

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