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Jeffrey Sachs, economista: “Il prezzo del petrolio rischia una fiammata anche per gli errori Usa” | Lo scenario

“Non fatevi ingannare dal fatto che i prezzi del petrolio sono bassi al momento, addirittura inferiori all’inizio di ottobre: man mano che le operazioni militari proseguono anche se con sporadiche tregue, e sale in modo impressionante la conta delle vittime, si avvicina la possibilità di uno scenario modello 1973”.

Jeffrey Sachs, classe 1954, scrisse nel 1980 la sua tesi di PhD ad Harvard sulla crisi energetica causata dalla guerra dello Yom Kippur e ad essa ha dedicato il suo primo libro: fu l’inizio di una carriera prestigiosa che l’ha portato ad essere consulente di governi compresa l’ultima Urss di Mikhail Gorbaciov e la prima Russia di Boris Elstin, e antesignano di battaglie epocali, dall’economia dello sviluppo in Africa al cambiamento climatico per il quale è tuttora consulente dell’Onu.

Oggi insegna economia alla Columbia di New York dove dirige anche il Center for Sustainable Development, ed è finito recentemente al centro di polemiche in patria per la sua posizione non allineata con quella occidentale nella guerra in Ucraina.

In un’intervista ad Affari&Finanza di Repubblica, Sachs ha spiegato che lo accusano “semplicemente di sostenere che l’allargamento della Nato fino ai confini russi non è stata una buona idea.

Sono situazioni diverse ma ritengo che entrambe le guerre potrebbero finire rapidamente, dando il via a una clamorosa esplosione di ottimismo economico, sollievo geopolitico, un grandioso flusso di investimenti pubblici e privati: ma gli Stati Uniti devono riconoscere il bisogno di veri negoziati”.

“E’ questione di volontà politica.

Certo, ci sono delle concessioni da fare ma l’approccio duro basato sullo spirito bellico e sulle sanzioni si è visto che non funziona: produce destabilizzazione mondiale, e prima di tutto destabilizzazione economica.

Anche l’Onu deve fare la sua parte riconoscendo la Palestina come Stato a pieno titolo”, ha detto.

Secondo Sachs, “l’Europa è estremamente vulnerabile in questo momento e particolarmente colpita dalla guerra in Ucraina, così come lo sarà dal conflitto mediorientale se si allargherà.

Non può basarsi sulla linea degli Stati Uniti, e questo la porta a sbandare e sbagliare obiettivi.

Dovrebbe invece assumere un’iniziativa propria di mediazione”.

Sugli errori degli Usa, l’economista ha detto che “vale il discorso precedente: le difficoltà dell’economia internazionale derivano sì dall’inflazione, ma per lo più dai maldestri tentativi degli Stati Uniti di continuare a imporre sé stessi, l’ha riconosciuto perfino Mario Draghi nella conferenza che lei citava, come centro e fulcro dell’economia planetaria.

Prendiamo la Cina: il rallentamento dell’interscambio, la disordinata deglobalizzazione, la nuova guerra fredda che minaccia gli equilibri planetari, derivano dai pericolosi tentativi degli Usa di contenere a modo loro la potenza economica cinese.

L’America sembra diventata incapace di un approccio basato su una diplomazia sostanziale, che guardi al merito dei problemi”.

Per quel che riguarda il rischio che il conflitto in Medio Oriente degeneri, Sachs ha detto che “le probabilità sono ormai superiori al 50%”, con conseguenze “molto pesanti per tutti, a partire naturalmente dallo stesso Israele, che finora ha già perso almeno il 10% del suo Pil e che è totalmente paralizzato: negozi chiusi, uffici deserti, buona parte dei lavoratori impegnati al fronte (sono stati richiamati finora 450.000 riservisti in un Paese che ha 9 milioni di abitanti, ndr), turismo ovviamente azzerato così come commerci e investimenti, costi energetici in impennata per le difficoltà di sfruttamento dei suoi pozzi di gas off-shore.

Ma da temere ha il mondo intero.

I rischi aumentano ogni giorno: basta un attimo, per esempio l’uccisione di un militare americano con la successiva reazione, e il greggio schizzerebbe a 100 dollari e oltre”.

Però rispetto al 1973 quando il mondo arabo isolò l’occidente, il quadro è cambiato.

Sulla possibilità che l’Opec decreti un embargo petrolifero, l’economista ha detto che “non c’è bisogno di un embargo.

In tante altre crisi energetiche non ci fu nessun embargo.

Quel che temo è la distruzione materiale di risorse petrolifere, e una serie di tensioni che ostacolino materialmente l’estrazione di petrolio (e di gas) e/o la sua esportazione: purtroppo gli Stati più esposti, se ci sarà l’allargamento del conflitto, sono l’Arabia Saudita e l’Iran, rispettivamente il primo produttore al mondo con 8,6 milioni di barili al giorno (un anno fa erano 10,5 milioni) e il secondo con 5 milioni.

Un tempo la Russia colmava le quote Opec mancanti, oggi ovviamente non è possibile.

E l’Opec è vero che conta oggi per solo il 35% del mercato petrolifero, ma comunque fa la differenza perché detiene il 78% delle riserve petrolifere.

Se poi comincia il gioco delle sanzioni e contro-sanzioni, come con la Russia, è la fine”.

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