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[Il ritratto] L’ascesa di Conte: da premier a leader progressista

Una squadra di governo con diciassette componenti e Giuseppe Conte titolare al Dicastero della Pubblica amministrazione e la meritocrazia. È il primo marzo 2018, salone delle fontane all’Eur di Roma, quando Giuseppe Conte – nato a Volturara Appula, avvocato e professore di diritto civile, dal 2013, e fino a quel momento, componente del Consiglio di presidenza della Giustizia Amministrativa, scelto  dal Parlamento su indicazione del Movimento 5 Stelle –   l’accademico di cui non molto si conosceva  attraverso i mass  media, entra ufficialmente nell’agone della politica.  Durante la sua presentazione cita una delle personalità   indicate come faro per il M5s: Stefano Rodotà. Intercetta immediatamente gli applausi della platea, rivolgendosi direttamente al popolo grillino: “non vi ho votato, non ero nemmeno un vostro simpatizzante, ma mi avete detto ‘non fa niente, noi vogliamo un indipendente'”. 

Dalla candidatura a ministro a quella a presidente del Consiglio non passa molto tempo: è una bella giornata di primavera quando Luigi Di Maio e Matteo Salvini gli propongono, in un albergo romano, la ‘sfida’. Riceve l’incarico il 23 dello stesso mese; in molti ricordano l’arrivo in Taxi per le consultazioni a Montecitorio dove rimane spesso fino tarda a sera. Premier di un governo giallo-verde descritto da alcuni mass-media come “primo governo populista moderno in Europa occidentale”, Conte gestisce con grande savoir faire politico la crisi agostana voluta dalla Lega, quindi ritorna a Palazzo Chigi, ancor più forte, grazie ad un nuovo accordo fra forze politiche diverse.

È forse il periodo di governo più complicato: l’Italia è in piena pandemia, le crisi economica e sanitaria mordono. Bisogna assumere decisioni complesse come quella di dividere l’Italia in zone a seconda della gravità del contagio, affrontare i problemi delle aperture e delle chiusure, dagli esercizi commerciali alle scuole. Un compito ancor più difficile che in precedenza in quanto il Paese è provato.

A gennaio 2021 Italia Viva di Matteo Renzi annuncia di voler staccare la spina al governo proprio per divergenze sulla gestione della pandemia e delle risorse finanziarie che arrivano dall’Europa. È l’inizio della crisi: Conte si dimette il 26 gennaio, e arriva l’era Mario Draghi.

L’avvocato del Popolo, come lui stesso si è definito, è stato in ogni caso, dopo Ciampi, il secondo presidente del Consiglio della Repubblica Italiana a non aver ricoperto alcun incarico politico prima della sua nomina e il primo alla guida di due esecutivi voluti e appoggiati da maggioranze diverse, il  che non ha mancato di suscitare polemiche da parte dei suoi  detrattori, come spesso accade quando i meriti suscitano competizione e invidia. 

Affianco al percorso istituzionale di Conte, merita una menzione di primo piano la sua attività all’interno del Movimento che si contraddistingue, al cospetto di fibrillazioni – non ultima la scissione Di Maio – tese a metterne in dubbio una naturale leadership, per la tenacia dimostrata nel ridisegnare il volto del Movimento, attraverso una vera (ri)strutturazione e la promozione di valori cardine assunti a linee guida dell’attività politica.

Supera indenne – ed anzi si rafforza attraverso una caparbia e competente attività di ridefinizione del Movimento – la rottura con Rousseau di Davide Casaleggio; il nodo derivante dal limite del secondo mandato; le beghe giudiziarie promosse da chi intendeva indebolirlo dall’interno.

La tenacia unita alle abilità messe in evidenza nel corso di questi anni, a guardare i numeri, gli hanno dato ragione. “Dagli elettori è arrivata una chiara indicazione, abbiamo compiuto una grande rimonta. Tutti ci volevano fuori dal Parlamento. Ci davano a una cifra e invece siamo la terza forza politica”, commenta Conte.

Gli elettori hanno premiato una leadership capace di interpretare i bisogni provenienti dal basso, con una nuova sensibilità verso temi ad alta connotazione sociale: diseguaglianze, divari sociali, nuove povertà, discriminazioni, disabilità. Di fatto evidenziando come le elezioni del 25 settembre rappresentino per il rinnovato Movimento soltanto un punto di partenza.   

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