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Il rapporto tra intelligenza artificiale e giustizia | L’analisi di Ruben Razzante

“I sistemi di intelligenza artificiale che forniscono a giudici e avvocati strumenti sempre più avanzati per ottimizzare le loro attività, stanno provocando veri e propri scossoni sul pianeta giustizia, cospargendo il terreno processuale di numerose incognite per la tutela dei diritti individuali”.

Lo scrive Ruben Razzante sul Messaggero sottolineando che “se da un lato l’intelligenza artificiale può offrire vantaggi in termini di efficienza e velocità, dall’altro risulta evidente come tale tecnologia, se non attentamente gestita, rischia di compromettere seriamente i principi fondamentali della giustizia.

Alcune settimane fa, in occasione dell’inaugurazione dell’anno giudiziario, il Procuratore Generale di Cassazione, Luigi Salvato, ha lanciato l’allarme AI: «È una tecnologia – ha detto – che plasma e diffonde forme non umane di logica; gli algoritmi di machine learning non sempre sono trasparenti, spiegabili o interpretabili, soprattutto se utilizzano tecniche di deep learning.

Alto è il rischio della lesione dei diritti fondamentali e dell’alterazione dell’essenza del processo; alta deve essere attenzione e prudenza nell’applicarla».

Ma a turbare comprensibilmente gli attori del mondo legale sono in primo luogo gli strumenti di intelligenza artificiale generativa, come ad esempio ChatGPT, che potrebbero produrre rappresentazioni errate o riportare informazioni inesistenti, aumentando così i pericoli per l’avvocato che si avvale di tali strumenti nei confronti del suo assistito.

Un ulteriore motivo di preoccupazione riguarda la possibile riduzione delle attività di consulenza e assistenza legale.

L’introduzione di sistemi di intelligenza artificiale nel contesto del diritto penale, inoltre, potrebbe addirittura portare a una disumanizzazione della giustizia.

Un algoritmo, per sua natura, non riesce infatti a comprendere le motivazioni psicologiche sottese ai comportamenti umani e, di conseguenza, non è in grado di valutare la possibile applicazione di cause di giustificazione (scriminanti) in grado di escludere l’illegalità di un atto.

Infine – conclude – la ‘giustizia algoritmica’ tende a cristallizzarsi sui precedenti, che rielabora in funzione delle sentenze da pronunciare, mentre la giurisprudenza è chiamata a nutrirsi di aperture all’innovazione e di dinamismo decisionale, in funzione dei continui cambiamenti di contesto insiti nella complessità della realtà”.

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