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Il ministro Calderoli: “Così l’Italia crescerà” | L’intervista

Il ministro per gli Affari regionali Roberto Calderoli difende a spada tratta la sua riforma sull’autonomia differenziata dalle critiche delle opposizioni e di tanti esperti.

E afferma in questa intervista a MF-Milano Finanza: «Questa legge unirà finalmente il Paese».

Ministro Calderoli, dopo il primo via libera del Senato, la riforma dell’autonomia differenziata ha avviato l’iter alla Camera. Una storica bandiera della Lega che dopo trent’anni lei vuole far sventolare sul serio. Perché?

“Si tratta di una vittoria dell’intero sistema Paese che non può arrendersi a un’Italia che viaggia a più velocità.

Nulla si risolve con uno schiocco di dita, ma stiamo facendo un gran lavoro per far crescere il Sud: perché far crescere il Sud significa far crescere tutto il Paese.

Le dò alcune cifre: se negli anni ‘50 il pil pro capite medio di un abitante del Mezzogiorno era poco più del 50% del valore nazionale, negli anni ‘60 si riuscì a superare il 60%.

Da 35-40 anni siamo precipitati di nuovo al 56% e nulla si è più mosso: è un dato oggettivo.

Non è pensabile che si possa procedere su questa rotta.

Ovvio che tutti debbano avere le stesse condizioni di partenza.

Allo stesso modo però serve che ci sia trasparenza a tutti i livelli e capacità di utilizzo delle risorse: il tempo in cui i fondi destinati agli investimenti venivano utilizzati come merce di scambio elettorale è finito”.

La riforma che porta il suo nome ha generato polemiche tra gli amministratori del Sud che accusano il governo di aver approvato una secessione mascherata e annunciano ricorsi e manifestazioni di piazza.

Lei invece sostiene: «Supereremo la questione meridionale che ci portiamo dietro dal 1861».

In che modo?

“Lei intende gli amministratori di sinistra del Sud.

Prendo atto che la cosiddetta Unità d’Italia si è scritta ma non si è mai realizzata.

Tutte le discrasie che vengono usate per attaccare l’autonomia differenziata fotografano una situazione che è esito di una gestione centralista dello Stato.

Gestione che evidentemente non funziona, mentre spesso i territori si sono dimostrati molto più efficienti.

Oggi abbiamo 12 regioni d’Italia che hanno un residuo fiscale negativo, ovvero incassano più di quello che spendono, e otto che spendono più di quello che producono.

Nel complesso le regioni generano 146 miliardi di euro in più, di cui 116 ritornano allo Stato e 30 vanno a bilanciare in senso perequativo i territori che per capacità fiscale non sono in grado di coprire i servizi che erogano”.

Nodo ancora irrisolto della riforma è quello dei Livelli essenziali delle prestazioni (Lep). Il governo ha preso due anni di tempo per individuare costi e fabbisogni standard: non è troppo?

“Stiamo già andando avanti, nel frattempo.

La delega contenuta nella norma prevede che con legge di bilancio 2023 venga istituita una cabina di regia composta da tutti i ministri competenti e deputata alla definizione dei Lep e dei costi e fabbisogni standard.

Si tratta di definire i livelli essenziali, i diritti civili e sociali che devono essere garantiti su tutto il territorio nazionale.

Diritti contenuti nella prima parte della Costituzione ma mai definiti da nessuno.

Una definizione era già prevista dalla riforma del Titolo V del 2001 rimasta inattuata: noi lo abbiamo fatto nella legge quadro.

Adesso, attraverso decreti legislativi o Dpcm iniziamo a delineare un percorso: abbiamo stabilito i livelli essenziali e stiamo valutando come tradurre gli enunciati normativi in costi standard e relativo fabbisogno.

Prima si definiscono i diritti, poi il fabbisogno standard e quindi il relativo costo.

Solo dopo si conferiscono le funzioni.

Solo così si può peraltro verificare quanto sia stato effettivamente usato.

In questo modo attueremo concretamente la spending review.

Individuare i livelli essenziali è fondamentale indipendentemente dal fatto che una determinata competenza sia affidata allo Stato o alle regioni”.

Delle le 23 materie indicate dalla riforma, nove non necessitano di definizione dei Lep: significa che, una volta approvata la norma, le regioni potranno chiedere subito la competenza?

“Per tutte le materie per le quali verrà richiesta la competenza bisognerà seguire uno specifico percorso.

Nessuna competenza viene attribuita dall’oggi al domani.

Poi, per le 14 materie riferibili ai Lep si individuano obbligatoriamente prima diritti, fabbisogno e costi standard e coperture, per quelle non riferibili ai Lep questo passaggio non è previsto anche se, a mio avviso, una standardizzazione anche di queste prestazioni deve essere fatta.

Affronteremo la discussione insieme al Comitato per l’individuazione dei livelli essenziali delle prestazioni (Clep) e alle altre commissioni.

Ricordo, per inciso, che la definizione dei livelli standard entro il 2025 e l’attuazione del federalismo fiscale non sono solo esigenze legate all’autonomia differenziata ma costituiscono una milestone del Pnrr che dovrà essere conclusa entro marzo 2026: in ballo ci sono 32,8 miliardi”.

Dunque, non c’è alcun rischio che la sua riforma provochi ulteriori divaricazioni tra Nord e Sud?

“Sto studiando regione per regione perché non voglio solo dire quali sono i problemi ma anche proporre le soluzioni.

Ho sempre creduto molto nel federalismo cooperativo: le regioni si scambiano le best practices affinché le migliori esperienze di uno diventino le migliori esperienze di tutti, dinamica già prevista dall’articolo 117 della Costituzione.

Se ci riuscissimo, avremmo toccato la vetta.

Il mio obiettivo è quello di far crescere il Pil nazionale, avere un’Italia in cui il calabrese e il siciliano riescano a realizzarsi senza dover essere costretti a emigrare a Milano o New York.

Io voglio migliorare la Calabria, la Sicilia: il mio primo interesse è far crescere il Sud, anche nell’interesse del Nord.

Anche con il contributo dei governatori, che devono essere «imprenditori pubblici» dei propri territori, e non in termini di consenso politico.

Per il Sud il governo sta facendo tantissimo: i 25 miliardi di Pnrr che stiamo stanziando per gli investimenti ferroviari sono una cifra mai vista prima.

E poi ci sono gli 11 miliardi in manovra per il Ponte.

A proposito, il ponte sullo Stretto serve davvero secondo lei?

“Si tratta di un grande investimento anche nell’ottica di medio termine di creazione di nuovi posti di lavoro.

Finalmente realizzeremo un’opera di cui si è tanto parlato senza mai far niente che assicurerà un’effettiva continuità territoriale a oltre 6,5 milioni di cittadini”.

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