Con i tassi di interesse a livelli record le energie pulite remano sempre di più controcorrente.
La stretta monetaria anti-inflazione ha già reso la raccolta di capitali abbastanza onerosa da aumentare fino a un terzo il costo di produzione dell’elettricità da nuovi impianti alimentati da fonti rinnovabili, come il solare e l’eolico.
Un handicap che rischia di comprometterne la competitività rispetto alle centrali che bruciano combustibili fossili e che potrebbe rallentare o rendere ancora più costosi gli investimenti necessari per la decarbonizzazione, con potenziali ricadute sui conti pubblici e sulle tasche dei contribuenti.
La questione è complessa dal punto di vista tecnico, riporta il “Sole 24 Ore”.
Ma a guidare gli investimenti in linea di massima è la redditività attesa e per la generazione elettrica si guarda in particolare al Costo livellizzato dell’energia (Lcoe), riferito all’intero ciclo di vita di un impianto: un parametro chiave, che per le principali rinnovabili è sceso a rotta di collo fino allo scorso decennio, rendendole economicamente vantaggiose anche in assenza di sussidi in molte aree del mondo.
Nel 2021 per la prima volta questa discesa si è interrotta, secondo le analisi di Lazard, a causa dei forti rincari delle materie prime e delle difficoltà logistiche nel post Covid.
Poi la situazione è migliorata, ma i dati sono influenzati dal peso preponderante della Cina, che installa rinnovabili a ritmi da primato e con costi irrisori.
Nel resto del mondo – e in Europa in particolare – lo scenario non è roseo.
Il rialzo dei tassi di interesse rappresenta un’ulteriore minaccia, che ha assunto proporzioni allarmanti soprattutto dall’estate scorsa, quando i rendimenti hanno cominciato ad impennarsi anche sulle scadenze più lontane del debito: una dinamica molto evidente negli Usa – dove il Treasury decennale ha da poco superato anche la soglia psicologica del 5%, che era rimasta inviolata dal 2007 – ma che riguarda anche l’Eurozona e in particolare i Paesi a maggior rischio creditizio, Italia compresa.
La danese rsted, primo sviluppatori di impianti eolici al mondo, è stata tra i più espliciti a identificare il rischio.
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