Il Think Tank Quotidiano della Classe Dirigente

Figlicidi e femminicidi. La vittimizzazione secondaria e il negazionismo a favore dell’abusante. Tutti gli errori da non ripetere mai più

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Mario Bressi ha deciso di uccidere i suoi due figli, Elena e Diego di 12 anni. Come aveva scritto in un post di Instagram poco tempo prima, li ha portati via con sè “con i miei ragazzi … sempre insieme”. Poi si è tolto la vita. Non prima di aver lasciato a sua moglie, una lettera carica d’odio dove la accusa di avere la responsabilità del gesto da lui compiuto.

“E’ colpa tua, hai rovinato la nostra famiglia”.

Era Maggio di due anni fa quando Fausto Filippone uccise sua figlia Ludovica, di 11 anni, gettandola da un cavalcavia, lo stesso dal quale, molte ore dopo, si sarebbe buttato anche lui.

Due mesi dopo, Luigi Capasso scelse di uccidere le sue figlie, Alessia e Martina di 8 e 14 anni, dopo aver sparato tre colpi di arma da fuoco contro la moglie (sopravvissuta per miracolo), per poi suicidarsi.

Anche lui aveva scritto un biglietto alla madre delle sue figlie “Non dovevi farlo”.

Nel 2016 Luigi Alfarano ha massacrato a pugni sua moglie Federica, fino ad ucciderla, poi ha preso in braccio suo figlio Andrea, di 3 anni, e lo ha portato nella casa al mare per ucciderlo con un colpo di pistola e poi spararsi. Tutto questo per punire Federica, che voleva la separazione.

Ad Agosto 2014, Roberto Russo ha massacrato a coltellate sua figlia Laura, di 12 anni e ha gravemente ferito la figlia più grande, Marika, di 14 anni. Il suo intento era quello di vendicarsi della moglie che aveva deciso di lasciarlo.

Nel 2012 Patrizio Franceschelli ha deciso di buttare nel Tevere suo figlio Claudio di 16 mesi, per vendicarsi del fatto che la compagna si fosse sottratta alla sua violenza.

Nel 2010 Giampiero Mele ha ucciso il figlio Stefano, di appena 2 anni. Lo ha prelevato dalla casa dei nonni con la scusa di portarlo al mare, poi invece, si è fermato a comperare la corda con la quale ha tentato di impiccare il piccolo ad una porta, per poi sgozzarlo con un taglierino, per evitare che i vicini udissero le urla. Alla base di tanta malvagità, la volontà di colpire la moglie che aveva deciso di interrompere la relazione. Anche Mele aveva lasciato una lettera carica di odio ed accuse.

“Non hai voluto salvare questa famiglia. Hai voluto questo.”

Figlicidi questi, che sono femminicidi ancora più vigliacchi, opera di uomini che rivendicano un possesso ed una superiorità (perduta nei confronti della moglie) disponendo della vita (e della morte) delle creature che avrebbero dovuto proteggere.

Questo con un unico scopo: condannare una donna, alla peggiore delle sofferenze.

Alla base di questa atroce violenza vendicativa, l’incapacità di questi uomini di tollerare il fatto che una donna possa decidere della propria vita, possa uscire dai ruoli designateli ed ambire ad una propria autodeterminazione.

Non sono vittime di una subita separazione, del dolore causato da un rifiuto, della paura di perdere i figli, di un raptus, di una gelosia accecante, sono uomini violenti, che si sentono defraudati del loro potere e lo rivendicano attraverso la violenza appunto.

Per evitare che tragedie come queste si ripetano (per altro i casi di “suicidio esteso” o di “omicidio esteso” sono fenomeni quasi esclusivamente interconnessi alla violenza maschile contro le donne), serve la capacità di riconoscere le situazioni di violenza, comprendere quelli che sono i fattori di rischio specifici e particolarmente rilevanti in queste situazioni ed applicare efficaci misure di prevenzione.

Le statistiche ci dicono che il momento della separazione è sempre quello che espone al rischio maggiore di morte le donne (più del 40% dei femminicidi avvengono nei 90 giorni successivi alla separazione di fatto) e spesso anche i figli/e. Essendo per altro, negli altri casi, il contesto più favorevole per lo svilupparsi della violenza domestica post-separativa.

Per tutelarle serve saper riconoscere la violenza (anche quando non si manifesta nella sua forma più evidente: quella fisica), credendo alle loro parole, alle loro paure, in modo da attivare percorsi che siano volti alla loro piena tutela.

Il nostro Paese, a tal proposito, nel 2013 ha ratificato la “Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica” (più nota come Convenzione di Istanbul) che oggi ha forza di legge sovranazionale e crea un quadro giuridico completo per proteggere le donne ed i loro figli/e, indicando una serie di azioni (art.31 e art.48) che dovrebbero essere applicate.

In Italia, in contrasto con le linee internazionali, spesso invece assistiamo ad un costante spostamento del tema della violenza verso una prospettiva dinamica e relazionale dando luogo alla teoria interpretativa che ne determina con una rimozione/negazione dalla scena del dibattito tecnico- giuridico.

Questa interpretazione costituisce una causa della così detta vittimizzazione secondaria, che tende di fatto a colludere con le istanze negazioniste dell’abusante.

Molto spesso, nei casi in cui si parla di conflitto, negando i soprusi, vi è la tendenza a disporre l’affido condiviso dei figli, permettendo in questo modo, al maltrattante, di strumentalizzare i figli per controllare e continuare ad usare violenza alla partner. Anche nei casi in cui non arriva ad ucciderli, i figli sono percepiti comunque come “proprietà” per imporre nuove forme di controllo e continuare ad agire la propria supremazia. In questo modo, molti di questi casi rimangono “a rischio” e spesso le donne vengono accusate di essere iperprotettive, ostative del rapporto padre-figli e addirittura alienanti, perché si continua a negare la necessità di tutela che le stesse rivendicano per loro e per i minori.

Dovremmo avere ben chiaro che il concetto di violenza (in qualsiasi forma esse si palesi) non può e non deve mai essere accostato al concetto di genitorialità. Un genitore crea, educa, guida, protegge e sostiene. Non distrugge e non uccide.

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