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Ecco le sfide sul clima per la Cop28 di Dubai | L’analisi di Pia Saraceno

La COP28 sul clima che inizia il 30 novembre negli Emirati Arabi dovrà includere la discussione sulla valutazione globale della concretezza dei piani di azioni nazionali (le prossime valutazioni saranno nel 2028 e nel 2033) rispetto agli obiettivi decisi a Parigi nel 2015. Il primo rapporto di Global Stocktake (GST) ribadisce quanto già ampiamente anticipato a settembre nella sintesi presentata dall’ UNFCC. La distanza tra quanto scritto nei piani e quanto realizzato è ancora grande, l’impegno di raggiungere il picco delle emissioni al 2030 non sarà raggiunto se non si imprime una svolta alla traiettoria lungo la quale attualmente ci stiamo muovendo.

Le promesse ribadite per il 2050 contengono poi solo vaghe indicazioni di policy. È evidente che c’è un problema di credibilità dell’intero processo. Questo ha portato il presidente della COP28 Sultan Al Jaber, ministro dell’industria degli Emirati (nonché’ presidente della compagnia petrolifera emiratina Adnoc) ad affermare che dovrà esserci una svolta significativa “nell’implementazione degli elementi condizionali dei piani nazionali che dipendono principalmente dall’accesso a maggiori risorse finanziarie, trasferimento di tecnologie, cooperazione tecnica e sostegno della capacità ..” sottinteso per  in via di sviluppo.

Nella lista sintetica di ciò che potrebbe essere considerato un successo della COP28 vi è sicuramente quello di rendere operativo il sostegno ai paesi in via di sviluppo, compreso il fondo per le perdite e danni deciso a Sharm El-Sheikh. I Paesi sviluppati hanno anche la responsabilità di adempiere ai loro obblighi di finanziamento per il clima, previsti dall’articolo 9 dell’Accordo di Parigi e dall’obiettivo dei 100 miliardi di dollari. I precedenti non sono incoraggianti: al 2020, il totale dei finanziamenti per il clima forniti e mobilitati dai Paesi sviluppati per i Paesi in via di sviluppo era inferiore di 16,7 miliardi di dollari all’obiettivo.

Vi sono anche altri rilevanti punti che la complessità del quadro geopolitico internazionale non aiuta a dipanare. Tra questi, l’assunzione di impegni concreti per l’eliminazione graduale di tutti i combustibili fossili. Su questo, l’IPCC e l’Agenzia Internazionale dell’Energia sono stati chiari: se vogliamo mantenere il limite di aumento di temperatura entro 1,5 gradi non c’è più spazio per l’espansione della produzione di combustibili fossili.

Le azioni concrete dei paesi produttori di fonti fossili, di cui gli Emirati sono tra i principali, per rendere la transizione meno turbolenta possibile, sarà uno dei punti d’attenzione per dare credibilità non solo alla COP28 ma a tutta l’architettura pensata a Parigi per rendere efficace l’accordo. Le premesse non sono buone: è recente la pubblicazione di un rapporto del Crea nel quale si mostra come Adnoc, che gestisce 20 dei 32 campi di estrazione di gas e petrolio degli Emirati, ha continuato la pratica del flaring (bruciare il gas in fase di estrazione perché le installazioni che ne garantirebbero il recupero non sono state ancora installate), nonostante l’impegno di azzerarne la pratica assunto da oltre 20 anni.

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