Ecco il vademecum per difendere i più deboli dal Covid-19

Una delle cose che si è sentita ripetere di continuo durante i primi mesi dell’emergenza sanitaria a causa del COVID-19 è stata che il coronavirus sarebbe stato un virus democratico, intendendo con ciò il fatto che avrebbe colpito le persone indipendentemente dalla loro posizione sociale.

È innegabile che l’epidemia, con l’elevatissimo numero di contagi e decessi che ha colpito e coinvolto l’Italia così come la maggior parte dei Paesi a livello globale, abbia avuto un impatto trasversale enorme, ma in egual modo, diventa sempre più evidente che, con il passare del tempo, le conseguenze sanitarie, sociali ed economiche colpiscono con maggior forza i soggetti già svantaggiati.

L’attuazione delle misure preventive di sanità pubblica, di “distanziamento sociale” e di limitazione degli spostamenti emanate dal Governo al fine di contenere l’epidemia, diventa poi molto difficile in quei setting popolati da persone ad elevata fragilità e marginalità sociale.

I problemi di salute di queste persone rappresentano la sfida principale dei moderni sistemi di welfare perché frequentemente sfuggono alle politiche di prevenzione, in quanto la loro condizione giuridico-amministrativa può essere indefinita, o perché sono difficilmente raggiungibili, come difficile ne è la presa in carico da parte dei servizi pubblici.

In aggiunta, solo poche Regioni hanno provveduto a definire modalità di identificazione delle vulnerabilità sulla base della stratificazione, alla stregua dei flussi informativi correnti, della popolazione per livelli di rischio e, laddove questo è stato fatto, tali strumenti non hanno incluso coloro che, per l’appunto, sfuggono a tali flussi.

Pertanto, alla luce dell’epidemia di COVID-19, gli interventi di prevenzione a favore delle persone appartenenti alle fasce più vulnerabili della popolazione, di individuazione precoce dei casi sospetti di infezione e di conseguente presa in carico presentano specifiche problematiche in linea generale attribuibili all’appartenenza di tali persone a diverse classi di rischio relative ai setting in cui vivono.

È in questo contesto che l’INMP (Istituto Nazionale per la promozione della salute delle popolazioni Migranti e per il contrasto delle malattie della Povertà) ha realizzato e pubblicato un documento dove vengono fornite indicazioni operative per la gestione delle strutture con persone ad elevata fragilità e marginalità socio-sanitaria nel quadro dell’attuale epidemia di COVID-19.

Si tratta di un documento tecnico-procedurale che ha l’obiettivo di fornire ai soggetti destinatari di responsabilità a vario titolo nella gestione di alcuni gruppi di persone ad elevata fragilità e marginalità sociale, italiane e straniere, procedure chiare e facilmente applicabili, basate sull’evidenza e sulle buone prassi e coerenti con il complesso normativo prodotto in Italia nel periodo dell’emergenza sanitaria in corso, al fine di ridurre il rischio di infezione o contenerne la diffusione.

La pubblicazione, richiesta all’INMP dal Ministero della Salute in forza del mandato istituzionale del nostro ente, avente ad oggetto la tutela della salute delle popolazioni particolarmente svantaggiate, non si limita a dare delle indicazioni per la prevenzione dell’infezione e la diffusione del contagio, ma ha come fondamento un’attenta valutazione del rischio attribuibile ai diversi contesti in cui queste persone vivono; una valutazione multidimensionale in cui l’organizzazione dei luoghi abitati, la mobilità delle persone tra la struttura in cui vivono e l’ambiente esterno e il profilo di salute/demografico delle persone che li abitano giocano un ruolo chiave nel determinare il rischio specifico di infezione e di malattia. Queste tre dimensioni determinano, quindi, la base teorica su cui collocare i diversi setting in aree spaziali di rischio determinato dalle predette dimensioni, destinatari di indicazioni operative volte a gestirlo e mitigarlo.

Nello specifico, nel documento si sottolinea da subito come la struttura delle abitazioni influisca molto sull’efficacia dell’isolamento e delle norme di igiene e prevenzione, “permettendo o meno un reale distanziamento tra i membri della famiglia con una maggiore o minore probabilità di circoscrivere l’infezione”. Inoltre, la scarsa consapevolezza delle modalità di trasmissione dell’infezione e della sua sintomatologia, in assenza di una facilitazione in loco assicurata da operatori e/o mediatori adeguatamente formati e dedicati, gioca un ruolo rilevante nello scarso rispetto delle disposizioni eventualmente impartite per il contenimento dell’infezione.

La terza dimensione presa in considerazione per la determinazione del rischio è la mobilità con e verso l’esterno.

In relazione alla tipologia delle strutture e delle soluzioni abitative essa si esprime, infatti, a vari livelli: “dalla completa assenza di mobilità tipica del CPR, alla massima espressione riscontrabile nelle soluzioni con organizzazione scarsa o nulla, passando per soluzioni intermedie, quali i centri di accoglienza aperti (CPA, CAS, SIPROIMI, Centri per MSNA) fino alle strutture residenziali, semiresidenziali e diurne per le persone Senza Fissa Dimora”.

Un’attenzione particolare viene posta su quelle situazioni dove l’organizzazione è scarsa o nulla e mancano i servizi essenziali.

È il caso delle persone senza dimora e delle comunità che condividono occupazioni abusive come edifici abbandonati, campi o ripari di fortuna.

I problemi in questi casi sono numerosi e riguardano: la frequente scarsità di beni e servizi essenziali, quali l’acqua corrente e la luce; l’impossibilità di reperire in autonomia i presidi sanitari per la corretta igiene personale; la difficoltà di rispettare il minimo distanziamento fisico e la generale indisponibilità di luoghi per l’isolamento dei casi sospetti; l’estrema emarginazione sociale e il difficile accesso delle persone ai servizi sanitari e, di questi ultimi, agli insediamenti, fatto che ostacola l’identificazione precoce dei casi sospetti e la strutturazione di un sistema efficace di intervento dell’autorità sanitaria; la frequente presenza di persone con malattie croniche poli-morbose e con diagnosi psichiatriche e, da ultimo, l’elevata mobilità sul territorio.

Essendo persone altrimenti difficilmente raggiungibili e ingaggiabili, qualsiasi piano o misura relativa alla gestione dell’epidemia di COVID-19 in tali specifici setting deve tener conto della interdipendenza tra il bisogno espresso, implicito ed esplicito, e l’offerta di servizi sociali e sanitari pubblici e privati presenti sul territorio. Diviene dunque necessaria la stretta collaborazione tra enti pubblici ed enti privati e del terzo settore.

Le indicazioni operative sono inoltre calate ad hoc nel contesto del sistema di accoglienza italiano, fondamentalmente articolato su una prima accoglienza, necessaria a effettuare i primissimi interventi di assistenza materiale e sanitaria dopo lo sbarco o il passaggio attraverso la frontiera terrestre, e su una seconda accoglienza presso i centri appartenenti al sistema SIPROIMI, che prevede sia percorsi duraturi di integrazione gestiti dagli enti locali sia l’accoglienza per i richiedenti asilo nel periodo dell’emergenza COVID-19.

In un contesto così nuovo e in rapida evoluzione come quello delineatosi con la diffusione dell’epidemia da nuovo coronavirus, le indicazioni operative (disponibili sul sito dell’INMP), che sono ad interim perché fortemente legate alla situazione epidemiologica attuale e di conseguenza suscettibili di variazioni, costituiscono quindi uno strumento fondamentale per orientare le misure di prevenzione verso le persone più deboli in maniera uniforme su tutto il territorio nazionale.

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