Fra le conseguenze politiche del Covid – osserva Carlo Galli su Repubblica – accanto al prevalere delle logiche dell’emergenza su quelle della normalità c’è anche la territorializzazione della politica.
Tanto per combattere il contagio a livello dei comportamenti individuali, quanto per prendere le misure sociali ed economiche volte a contenerlo, si devono calcolare costi e benefici, e individuare i settori e le attività comprimibili e quelle non comprimibili.
Bisogna far coesistere azione e mediazione, particolarità e unità, efficacia e consenso. Questi processi avevano la loro sede in Parlamento, il luogo della rappresentanza delle parti (i partiti) che era anche il luogo dell’unità repubblicana. I partiti avevano una organizzazione territoriale e al tempo stesso una dimensione nazionale. Per quanto contrapposti, erano interni a una logica rappresentativa unitaria implicita nell’istituzione parlamentare.
Davanti a un’emergenza era ovvio che si formasse — in modalità implicite o esplicite — un governo di unità nazionale, per dare alla politica la massima legittimità, la massima forza, la massima efficacia. Oggi, nella estrema debolezza dei partiti e del Parlamento, a tenere insieme le esigenze delle particolarità e le ragioni dell’unità è il rapporto privo di mediazioni istituzionali fra il governo e le Regioni; i territori si autonomizzano dalla rappresentanza nazionale, presentano da sé le proprie esigenze, trattano direttamente e duramente col potere centrale, che concorda con loro le linee d’azione.
Il cuore della politica passa oggi attraverso questo rapporto, mentre il Parlamento resta sullo sfondo. La centralità dei partiti e del Parlamento è sostituita dalla immediata rilevanza politica dei territori. Questa trasformazione della nostra costituzione materiale, e delle stesse logiche della rappresentanza, non è frutto di un piano premeditato, ma è un trend che il Covid ha accelerato.
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