La classe dirigente del Paese si confronta sulla Ripartenza - Rivedi i nostri Talk

Andrea Mignanelli (AD Cerved): «Fino a 145mila imprese a rischio default. Il Next Generation Eu avrà un ruolo decisivo per evitare fallimenti di massa»

Condividi su facebook
Condividi su twitter
Condividi su linkedin
Condividi su whatsapp
Condividi su email

Se il 2020 è stato un annus horribilis per l’economia e per le imprese, gli inizi del 2021 non saranno né facili né in discontinuità. Per la tanto attesa svolta, dobbiamo sperare che arrivino in fretta le risorse del Recovery Fund, che possono davvero far ripartire investimenti e crescita. È, in sintesi, il punto fatto con Adnkronos/Labitalia dal Cerved – operatore primario in Italia nell’analisi del rischio del credito e una delle principali agenzie di rating in Europa – guardando ai prossimi mesi.

«Stimiamo una perdita di fatturato di 362 miliardi nel 2020 per le imprese italiane (-13,8% rispetto al 2019), con effetti fortemente differenziati», dice ad Adnkronos/Labitalia Andrea Mignanelli, Amministratore Delegato del Cerved «tra i settori maggiormente colpiti dal Covid e altri, che invece non hanno risentito della crisi pandemica. I dati relativi alle chiusure aziendali non riflettono ancora gli effetti economici della crisi sanitaria, che potrebbero manifestarsi con forza nel corso del prossimo anno: il numero di imprese a rischio default è infatti cresciuto da 76 mila a 113 mila (145 mila secondo uno scenario più severo). Per evitare fallimenti in massa sarà decisivo il Next Generation Eu: utilizzare le risorse per la digitalizzazione e la transizione energetica potrebbe far ripartire gli investimenti e rilanciare la crescita».

In questo momento, l’analisi del numero delle imprese che hanno chiuso per fallimento è ancora poco indicativo, perché nel corso del 2020 si è fortemente ridotto il numero di imprese che a seguito di una crisi   hanno aperto una procedura concorsuale o che hanno avviato una liquidazione volontaria. «Questo», spiega, «a causa dell’introduzione di norme del decreto Liquidità (come l’improcedibilità dei fallimenti) per   salvaguardare la capacità produttiva e anche della ridotta operatività dei tribunali (oltre che delle misure di sostegno all’economia)».

In particolare, tra gennaio e settembre 2020 si registrano: 4.670 fallimenti (-41% rispetto al 2019), 684 procedure concorsuali non fallimentari (-33% sempre rispetto al 2019) e 33.026 liquidazioni volontarie (-23,2%). Un indicatore più puntuale dello stato di disagio delle aziende è sicuramente il tasso di deterioramento, ossia il rapporto tra il numero dei prestiti che le banche classificano come deteriorati e lo stock di prestiti alle imprese. Secondo elaborazioni di Cerved e Abi, questo tasso si alzerà dal 2,9% del 2019 al 3,8% del 2020; anche in questo caso gli effetti del Covid sono mitigati da misure di contenimento, come la moratoria sui debiti (finché ci sarà, naturalmente).

In base alle stime del Cerved, gli effetti sulle imprese sono comunque molto significativi. Le imprese italiane perderanno 362 miliardi di fatturato tra 2019 e 2020 (-13,8%), con effetti molto diversificati tra settori. Questi quelli che purtroppo, secondo le previsioni del Cerved, avranno totalizzato le maggiori perdite di fatturato tra 2019 e 2020. In testa ci sono le imprese della meeting Industry: l’organizzazione di fiere e convegni perderà fino all’80% di fatturato. A seguire il cinema, altro settore messo a durissima prova dalla pandemia (-79%), i trasporti aerei (-60%), alla pari con gli alberghi (-60%).

Le aziende del settore informazione, comunicazione e intrattenimento vedranno più che dimezzarsi il loro   fatturato (-59%), così come quelle della ristorazione (-56,6%), le strutture ricettive extra-alberghiere (-55%), le agenzie viaggi e tour operator (-55,0%). Giù anche la gestione degli aeroporti (-46,7%) e gli autonoleggi (-42,9%).

Ma c’è anche chi, nonostante la pandemia, ha avuto buone performance di fatturato tra il 2020 e il 2019, come le imprese che producono specialità farmaceutiche, il cui fatturato è aumentato del 24,0%, quelle del commercio on line (21,1%), le aziende che fabbricano vetro per laboratori, le farmacie e le aziende di articoli ad uso igienico (12,8%). Inoltre, le fabbriche di articoli di vestiario protettivi per la sicurezza (11,9%), i produttori di pasta (7,6%), di materie prime farmaceutiche (6,9%), le aziende di confezione di indumenti da lavoro (6%), la distribuzione alimentare moderna (5,9%), le aziende del commercio al dettaglio di prodotti alimentari (5,8%) e di riso (5,6%).

Ma se questi settori si salvano, per effetto del Covid invece crescerà in misura molto consistente il numero di società a maggiore rischio di default secondo i modelli di valutazione del rischio di credito di Cerved. Su un ampio campione di 723 mila società di capitale, il numero di quelle con un alto rischio di default a 12 mesi passerà da 76 mila (pre-Covid, 10,5%) a 113 mila (15,6%). In uno scenario severo, il numero di imprese a rischio passerebbe a 145 mila (20,1%).

SCARICA IL PDF DELL'ARTICOLO

[bws_pdfprint display=’pdf’]

Iscriviti alla Newsletter

Ricevi gli ultimi articoli di Riparte l’Italia via email. Puoi cancellarti in qualsiasi momento.

Questo sito utilizza i cookie per migliorare l'esperienza utente.