Alessio Paoli (titolare Uniq-d-Mask): «La mascherina salva la vita. Quella sera di marzo, nel silenzio della mia fabbrica, ho deciso di riconvertire la produzione»

Prima del lockdown l’Italia aveva di fatto affidato all’importazione dai mercati esteri, in particolar modo da quelli asiatici, il suo approvvigionamento di Dispositivi di Protezione Individuale. Lo scoppio della pandemia da Coronavirus ci ha trovati impreparati, costretti a rimediare in modo frettoloso e a volte estemporaneo all’urgente necessità di fornire agli italiani milioni di prodotti che il nostro sistema industriale non fabbricava più. Diversi imprenditori hanno deciso nel momento di picco della pandemia e nel giro di poche ore di convertire la loro produzione per sostenere lo Stato nel suo sforzo di garantire ai cittadini uno strumento indispensabile per proteggersi e proteggere gli altri dal Covid-19. Alessio Paoli, titolare del marchio Uniq-d-Mask – mascherina chirurgica lavabile – in questa intervista ci racconta la sua esperienza.

Paoli, come è maturata la decisione di stravolgere la sua attività imprenditoriale?

“Una sera di marzo nella mia fabbrica di Brescia, dove si produce abbigliamento da lavoro, le macchine all’improvviso si sono spente. Silenzio. Nessuno dei miei collaboratori era più  al suo posto di lavoro. Tutti costretti a casa. Il lockdown aveva fermato il battito rumoroso e operoso della mia azienda. In quel silenzio inconsueto e straniante in fabbrica riecheggiava solamente da lontano il suono straziante delle sirene delle ambulanze. Incessante. In quel preciso momento un istinto mi ha indicato cosa fosse giusto e necessario fare”.

Cosa?

“Essere utile agli altri. Non stare con le mani in mano in attesa di poter riprendere la vita di prima. In pochi giorni insieme ai miei collaboratori abbiamo studiato come poter convertire parte della produzione per realizzare il prodotto più richiesto sul mercato globale in quel momento e di cui tutti gli italiani avevano urgente bisogno. Un prodotto che in Italia in quei giorni pochissimi colleghi imprenditori producevano e che sul mercato internazionale tutti gli Stati si contendevano, senza alcun riguardo per le regole e gli accordi commerciali: le mascherine chirurgiche di protezione contro il Covid-19”.

Cosa ha significato convertire la produzione della sua una azienda?

“Lo sforzo in termini economici per convertire la produzione, per progettare un prodotto per noi completamente nuovo e per ottenere le autorizzazioni è stato titanico. In pochissime settimane abbiamo progettato il prototipo di una mascherina che potesse essere al tempo stesso protettiva, confortevole ed ecosostenibile. Abbiamo selezionato fra una vasta gamma di tessuti e fornitori in tutto il mondo quello che ci è apparso il più traspirante. I responsabili dell’ufficio stile hanno ideato un sistema per rendere regolabile i lacci delle mascherine e offrire così un maggiore comfort alle persone e renderle comode e sempre funzionali”.

E sul fronte amministrativo?

“Parallelamente abbiamo iniziato l’iter per ottenere tutte le certificazioni dal Ministero della Salute e attribuire alla nostra mascherina la qualifica di dispositivo medico, chirurgico, lavabile. Caratteristiche che abbiamo fin dall’inizio ritenuto fondamentali affinché il nostro prodotto potesse essere sicuro e proteggere davvero sia chi lo indossa, sia chi gli è vicino”.

Sette mesi dopo quella notte di marzo sente di aver fatto la cosa giusta?

“Da imprenditore dare ascolto a quell’istinto è stato certamente la cosa giusta: ha significato triplicare la produzione, conservare e incrementare la forza lavoro della mia azienda, costruire una rete commerciale dedicata, ampliare il numero di clienti, allargando il mercato non solo in Italia, ma in diversi paesi europei, costruire una filiera con altre realtà produttive italiane e aiutarle a riprendere la loro attività già durante il lockdown. Ma ha significato molto anche dal punto di vista umano”.

In che modo?

“Ho scoperto ancora una volta che gli italiani nel momento della necessità sono persone straordinarie. In questi mesi i miei collaboratori ad esempio hanno lavorato senza sosta e non con l’idea di aiutare l’impresa nella quale operano per per poter conservare il proprio posto di lavoro, ma perché hanno sentito l’importanza fondamentale che questo sforzo di conversione industriale ha significato. Abbiamo prodotto in pochi mesi milioni di mascherine chirurgiche e ci sentiamo orgogliosi di aver contribuito, nel nostro piccolo, affinché gli italiani potessero affrontare al meglio questa emergenza”.

Ha visto i numeri crescenti dei nuovi contagiati, ha paura di una nuova chiusura?

“I numeri dei contagi indicano che la pandemia non è finita. Potrebbe arrivare una seconda ondata e fino alla distribuzione diffusa e capillare del vaccino non potremmo considerarci fuori pericolo. Insieme all’aspetto sanitario però il Paese deve guardare anche al rilancio economico dell’economia e alla salvaguardia sociale di chi subirà gli effetti della crisi”.

Da imprenditore in prima linea, cosa suggerisce di fare?

“Credo sia indispensabile fare una ricognizione delle filiere produttive che non possono essere più allocate geograficamente troppo lontano dall’Italia. L’esperienza della produzione dei DPI o dei respiratori per i reparti di terapia intensiva ci deve essere di insegnamento. Credo che con i fondi europei di Next Generation sia necessario fare poche cose, ma strategiche come l’ammodernamento del sistema formativo, sanitario e produttivo del Paese. Gli imprenditori sostenuti dai loro collaboratori hanno dimostrato di aver coraggio e di poter essere al fianco dello Stato. La politica ora indichi una rotta chiara, senza tentennamenti. Dobbiamo uscire migliori da questa esperienza collettiva e pronti ad affrontare un contraccolpo sociale in termini di occupazione che sarà sicuramente doloroso. Ma possiamo farlo. Ne abbiamo la forza”.

A chi dice che le mascherine non servono, cosa risponde?

“Mettiamo il casco quando andiamo in moto, mettiamo la cintura di sicurezza quando andiamo in auto e rispettiamo i limiti di velocità. La maggior parte di noi lo fa per rispettare delle regole, ma soprattutto per salvaguardare la propria vita e quella degli altri. Non credo che queste norme siano vissute come restrizioni della libertà personale e che quando furono decise sia stato fatto a causa di un complotto. Allo stesso modo, finché sarà necessario, la stragrande maggioranza degli italiani indosseranno una mascherina chirurgica perché è dimostrato essere il modo migliore che abbiamo per poterci proteggere dal virus ed evitare un secondo lockdown. La mascherina salva la vita”. 

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